Le Possessioni

O I Viaggi e gli Incontri Bizzarri del Bruno alla Ricerca del Santo Graal.

Salve, amici lettori!

Nella mia incessante analisi dei manoscritti di Diotelo Macellai, ho ritrovato una particolare opera che lo cita e che pare riguardare la ricerca per il Santo Graal. Non immaginavo che oltre alle biografie si occupasse anche di materiali esoterici, dunque ho deciso di investigare ulteriormente e di leggere questo bizzarro poema. Vi riporto lo scritto da me trovato perché di difficile datazione: se potessimo scoprire a quale epoca appartenesse quest’opera, potremmo forse approssimare anche quella dello scritto del Macellai che parla del Graal.

Aspetto i vostri pareri, nel frattempo questa è l’opera di Bruno.

Canto I 

Vita, voce dei vivi, madre				(I)
delle lacrime sepolcrali e d'oro,
grave tumulto e fulgido silenzio
di attimi di gloria e di riposo,
io canto, ‘ché lingua per ascoltare
diede a noi caduci Dafne mortale.
   Melodia, sposti con Aria spazio			(II)
e rendi ogni veleno lieve o amaro, 
nessun rimedio porgi a chi ti ignora
e io, nella notte come un ladro
prendo questo tuo immenso pregio
come un amante cieco ruba un bacio.
   Vita perì esangue e nacque a Troia, 		(III)
dalle ceneri e dagli elmi è fiorita 
una rosa di carta ancora ardente,
e porta la voce imperitura
del sogno di Dafne, della sua storia:
dov’è grido, sentirai la sua gloria.
   Io canto la ricerca mia cocente			(IV)
che prese con infausto desiderio
la mente del Santo Graal impietrita
e di Vita Eterna il mio pensiero
che ogni cosa in terra di brillante 
lasciai, per non morir mai un istante. 
   Così cacciai il cammin fuor d’ogni guida,	(V)
passando in biblioteca e in biblioteca
ricostruii un prezioso manoscritto
(che il nome Diotèl Macellài reca)
che fu per me come al naufrago riva:
lessi, io, a voce alta “Eterna Vita”.
   Con gola infatti, perché in un tratto		(VI)
mi alzai di scatto dalla sedia: “gemme”
dicea, “sul San Calice incastonate
furo e son per lungo tempo perse,
ma io ho ritrovato il folle filtro
che le creò, e lo riporto scritto.”  
   Diceva, “Aiace, avendo mischiato 		(VII)
il sangue animale con il suo in terra,
trafitto dalla medesima lama
con cui voleva agli Achei far guerra,
fece il vital sier lì pietrificato,
reso rubino e in bosco abbandonato.”
   Conoscendo la storia ormai per fama,		(VIII)
cercai la foresta in cui si nascose 
per darsi a quello strano, orribil atto 
che tinse erba innocente di più rose:
vicino a un fiume, quasi senza bara,
prese una vita Aiace suicida.
   Spiega come le pietre si son fatte		(IX)
Diotèlo come Guido: fu il sole
che col calore, e ancor più tempo,  
ridestò le virtù nel cuore, 
furono poi da un mercante tratte
per colore, e vendute a far le coppe. 
   Per notti ancora non ebbi altro sogno 		(X)
se non di possedere il Graal, e bere 
per trangugiare, e bere ancora, 
volevo per sempre respirare
questa aria che vedo, e sentire il corso
dell'acqua; da ogni paura essere assolto.
    Il giorno dopo non passò che un’ora		(XI)
in cui tappe non tentai di azzeccare
del rubino Aiaceo: nave, fiume, pozzo,
(tanto la mente fece annebbiare)
ognun io visitai, e sin ad allora
non sapevo ove fosse sua dimora.
   Alla fine trovai un fitto bosco			(XII)
dove mi persi e pure la mia vista
non trovava l’uscita, eppure io 
arrivai davanti a un’apertura 
che pareva far porta per un misfatto:
“Qui giace" sento dire “Aiace, il pazzo”.

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