Il mito di Osiride e Iside è senza dubbio il mito più famoso della mitologia dell’antico Egitto. Pose tutte le basi per il culto successivo degli dei e anche dell’aldilà ed ebbe grande successo anche nelle epoche successive, influenzando anche la mitologia e le religioni dell’antica Grecia e a Roma.
Qui esporrò la mia versione di questo mito straordinario. Ho preso elementi da versioni e fonti diverse tramandate nel corso del tempo, e mi sono, talora, presa qualche libertà “registica”.
Ho diviso il mio racconto in 5 parti che pubblicherò regolarmente. A chi legge questi articoli, spero che in qualche modo vi piacciano!
Ma ora, iniziamo la narrazione…
IL MITO
Geb e Nut, gli dei rispettivamente della Terra e del Cielo, generarono 4 figli: Osiride, il maggiore, poi Iside, Set e Nefti.
Quando questi crebbero Geb divise il suo più bel regno, come una sorta di Terra Promessa, l’Egitto, tra i due figli, Osiride e Set, perché i due fratelli governassero le creature inferiori che abitavano quelle terre: gli uomini.
A Osiride, il maggiore nonché figlio prediletto della Terra, fu assegnato il Basso Egitto, dove il corso del fiume Nilo rendeva fertili e prospere le sue terre.
Osiride, il cui immenso potere pareva celato dal suo carattere aperto e generoso, fu un re saggio e benevolo. Ebbe modo di avvicinarsi e civilizzare gli uomini che abitavano quelle terre fertili ma ancora incolte, trascurate. Insegnò loro a coltivare la terra e a coglierne i frutti; ad legiferare, a convivere in pace tra di loro. E in cambio il popolo lo amava e lo venerava.
Set invece governava a sud, l’Alto Egitto. L’immenso, inospitale deserto, arido, torrido, dove non può esserci vita.
Set era potente quanto suo fratello. Ma il potere che aveva non voleva dire nulla per lui.
Non guardava che a quello che non aveva: questo era rappresentato dal fratello. L’invidia, il male più crudele, la malattia più lenta e straziante che corrode da dentro uomini e dei, lo accecava.
Osiride era amato dal popolo: lui no. Osiride regnava su una terra rigogliosa, bellissima: lui no.
Ma soprattutto, una cosa lo tormentava e lo distruggeva più di tutti: Osiride era felice, e non si accorgeva della sua invidia.
Osiride e Set si erano sposati rispettivamente con le sorelle Iside e Nefti.
Si dice che Iside e Osiride si amassero già nel ventre materno. Il loro era un matrimonio felicissimo: si amavano profondamente, di un amore che non è in grado di comprendere né provare alcun mortale. Erano come una cosa sola: nessuno dei due poteva vivere senza l’altro.
Iside era una maga potente, una regina temuta e rispettata. Non era particolarmente bella: ma la sua intelligenza e la sua determinazione erano ben note.
A sua volta lei aveva insegnato alle donne a tessere, a filare il lino, a macinare il grano. E lei aveva dato esempio alle donne di come si ama un uomo, lei aveva insegnato a loro quest’arte.
La sorella minore di Iside era Nefti, regina del deserto.
Quella di Set e Nefti invece non era un’unione felice.
Set non la guardava nemmeno, preso dal suo odio e la sua invidia. La bellissima, candida Nefti regnava da sola in un immenso regno di miseria.
Anche lei guardava alla sorella e al cognato/fratello, perché nel suo regno non aveva nulla da guardare.
Ma se Set odiava il fratello per le sue qualità, Nefti invece se n’era innamorata.
Lei spasimava d’amore per Osiride, ma era un amore impossibile: era combattuta tra il suo desiderio e l’affetto nei confronti di sua sorella.
Ella, la sorella minore, ammirava Iside per i suoi poteri e la sua forza. Ma d’altra parte anche lei era invidiosa, e di questo soffriva e si vergognava. Perché aveva potuto avere uno sposo come suo fratello Osiride.
Mentre Iside era in viaggio per qualche giorno, una sera si era tenuto un banchetto alla reggia di Osiride a cui era presente anche Nefti.
Si fece tarda notte, e quando tutti se ne furono andati, Osiride si andò coricare nelle stanze regali, sulla sua stuoia.
Nefti era ancora lì a palazzo, non vista, fuori dalla camera del Re. “È ancora sveglio? E se…”
Ma che stava pensando?
Era combattuta. Ma non voleva neanche andare via. “Che devo fare?”
Alla fine, suo malgrado, l’amore fu più forte. Il leggero, delicato kalasiris bianco della sorella le stava a pennello. Si struccò, sciolse le trecce e si sdraiò accanto a lui. Lo chiamò, sussurrando perché non riconoscesse la sua voce.
Il sovrano la scambiò per l’amata moglie, che aspettava con trepidazione. Si voltò verso di lei…
La notte parve così breve. L’estasi la avvolse dentro di sé.
Ma questo durò solo fino all’alba. Osiride si svegliò, si voltò verso chi credeva essere Iside, trovando al suo posto Nefti.
Nefti si svegliò sotto le luci chiare del Sole che passavano attraverso le tende. Sembrava così sereno il giorno.
Ma quando vide lo sguardo di Osiride, a metà tra la confusione, lo spavento e la furia, posato su di lei, questa, terrorizzata, si rese conto di quello che aveva appena fatto. Prima che Osiride potesse dire qualcosa scappò via dal palazzo, coprendosi il viso per la vergogna.
Era colpevole: in questo modo, oltre ad aver offeso il re, rischiava di distruggere il matrimonio tra lui e Iside, e di provocare la furia di quest’ultima.
Iside, sebbene le volesse bene, era una dea potente, temibile, e la sua ira sarebbe stata rovinosa.
Nefti non poteva far altro se non rifugiarsi tra i canneti del Nilo, nascosta dagli uomini e dagli dei.
Intanto Iside dopo qualche tempo tornò dal viaggio. Una volta giunta a palazzo, Thot la salutò, chinandosi a lei. Thot, lo scriba reale, è il dio della conoscenza, della scrittura e patrono di tutte le aree del sapere, nonché anche mediatore tra gli dei. Lui aveva la capacità di sapere le cose mentre stavano succedendo.
Anche se non aveva visto direttamente l’inganno di Iside, era come se l’avesse fatto.
Quando Iside chiese cosa fosse successo, il dio la informò di quello che era da poco avvenuto.
E allo stesso tempo le fu riferita un’altra cosa. Nefti da quella notte con Osiride era rimasta incinta, e quando Iside era tornata aveva partorito da poco (per gli dei il tempo passa in fretta).
“E che ne è stato del bambino?”
“Non appena lo ha partorito lo ha abbandonato. L’ho sentito.” fece Thot. “Lo odiava, credo, perché le ricordava le sue azioni sconsiderate.”
Iside stette in silenzio.
“Iside, ti prego di perdonarli. Il re non ne era a conoscenza. Credeva fossi tu. E Nefti, la sventurata… Tu sai bene cosa possa portare a fare l’amore.”
Non le servette altro: non esitò. Il rancore per lei era la vera debolezza.
Perdonò il marito per la sua ingenuità, e anche Nefti, sia in quanto sua sorella, che perché quello che diceva Thot è vero. Nonostante la razionalità di Iside, questa sapeva che l’amore è una forza talora incontrollabile che offusca la mente e l’animo.
In seguito Thot aveva visto il bambino venire allattato da una femmina di sciacallo insieme ai piccoli che aveva appena partorito.
“Dove lo hai visto?” chiese Iside.
Thot le fece cenno di seguirla.
Come previsto, il bambino era ancora lì, in mezzo agli sciacalli, completamente sporco di fango. Quando gli sciacalli li sentirono avvicinarsi scapparono via.
“È lui?”
“È lui.”
Iside lo prese con sé e lo porto alla reggia. Parlò a Osiride, che nonostante ciò che aveva fatto Nefti accettò di crescere il bambino. Lo crebbero come se fosse loro; il piccolo dio fu chiamato, in onore dello sciacallo che l’aveva nutrito, letteralmente “il cucciolo di lupo”: Anubis.
Non passò molto tempo prima che Set venisse a conoscenza del tradimento della moglie.
Era furioso: non tanto per il tradimento, quanto per l’essere stato ferito nell’orgoglio, umiliato.
“È colpa tua.”
E la colpa era di suo fratello: era di lui che si era innamorata Nefti; era lui che ancora una volta lo sbeffeggiava, ricordandogli di quanto fosse meglio di lui.
“È colpa tua.”
Set impazzì. Doveva liberarsi di lui. Ma come?
Non poteva sporcarsi le mani con il suo sangue divino. Era un sacrilegio. Voleva ucciderlo senza nemmeno toccarlo con un dito.
E presto trovò il metodo e l’occasione.
Un giorno Set fu invitato da Osiride a un banchetto alla sua reggia.
Set, che pure si rifiutava sempre di vedere suo fratello, questa volta accettò e si recò da lui accompagnato da una serie di uomini suoi fedeli.
Osiride era felice di vedere suo fratello dopo tanto tempo: era tanto privo di malizia che non immaginava quanto odio provasse Set nei suoi confronti.
Dopo un ricco banchettare, come si usa in casa di ospiti, fu il momento dello scambio dei doni. Osiride regalò a Set dei tessuti pregiati, ornati d’oro.
D’altra parte Set propose agli invitati un “gioco”: fece portare dai suoi servi un meraviglioso sarcofago dorato cesellato in oro e argento.
Chiunque vi fosse entrato perfettamente lo avrebbe ottenuto in dono e, onore ancora più grande, vi sarebbe stato seppellito alla morte.
Ognuno degli invitati provò ad entrarvi ma nessuno era delle misure del sarcofago. Alla fine mancava solo Osiride: inizialmente questi rifiutò, ma il fratello riuscì a convincerlo.
Osiride infine entrò. Ci stava perfettamente. Ma non era un caso.
Set voleva fin da subito donarlo a Osiride, e per costruire il sarcofago aveva preso le sue esatte misure, perché potesse regalarlo a lui. Era il dono per il suo amato fratello.
Aspettò un momento. Quando Osiride volle rialzarsi, Set lo fermò, fingendo di finire di misurarlo.
Dopo aver “controllato”, gli disse che ci stava perfettamente, e che aveva vinto. Osiride non fece in tempo a dire niente…
Set sorrise. “È tuo, ora…”
E sadicamente.
“Sia questa la tua tomba!”
Set chiuse la bara con un tonfo; insieme ai suoi complici la fece sigillare con il piombo fuso, e ordinò di farla gettare nel Nilo.
Non vi era nessuno nella sala se non i congiurati.
Mentre il sarcofago veniva portato fuori, una piccola figura era nascosta dietro una colonna. Aveva visto tutto. I suoi occhi spalancati seguivano i congiurati che portavano la bara nel fiume.
Quando Set voltò bruscamente lo sguardo verso quella colonna, la figura, ratta, si dileguò.
Set osservò la sua vendetta compiuta seguendo con gli occhi il sarcofago galleggiante, mentre viaggiava appoggiata sul letto del Nilo, dove avrebbe viaggiato per giorni e giorni.
Continua…