Iside tornò dal viaggio dopo pochi giorni insieme ai suoi servitori, alle sue ancelle personali e Thot.
Tornò a palazzo, impaziente di riabbracciare Osiride, come sempre. Ma non c’era. Lo cercò, e lo cercò, ovunque, lo chiamò ma non c’era. “Forse è andato via?” pensò.
Eppure qualcuno l’avrebbe avvertita…
Ma quando arrivarono nell’ampia sala principale, lo sguardo di Thot si fece cupo. Lui sapeva cosa fosse successo, gli bastava guardare.
Vedeva i congiurati… Un bellissimo sarcofago in mezzo…. Set e Osiride. Come sembrava amichevole Set nei suoi confronti. Ma presto la bara si aprì e si fece tutto buio.
Come poteva dirlo a Iside?
Iside andava avanti e indietro a palazzo, cercando suo marito ovunque. “Thot, che sarà successo? Lo sai?”
Thot si strofinò le tempie. “Non vorresti saperlo…”
“Che c’è? Parla.”
Thot raccontò tutto come se lo stesse vedendo in quel momento.
In un attimo il colore svanì dal volto della dea. “Ma come…” Poi guardò il dio. “Non può essere. Ci sarà stato qualcuno a controllare? Le guardie? I servi? Dov’erano?” lo incalzò.
“Credo di saperlo. Se n’è liberato.” affermò Thot.
“E nessuno ha visto niente?”
“Set era giunto a palazzo già la notte prima, con i suoi complici. Aveva ucciso le guardie mentre dormivano. Le ha sgozzate, e mentre erano ancora in fin di vita le ha fatte gettare nel Nilo.”
“No…”
Dopo attimi di silenzio, Iside si prostrò a terra. Guardò Thot, gli occhi lucidi. “È quello che pensi?”
Thot abbassò lo sguardo. “È quello che so.” Ed era vero.
Iside si prese la testa tra le mani. Thot si avvicinò, ma lei non lo sentiva più.
Guaiva dal dolore, circondata dalle sue ancelle, in lacrime anch’esse.
Prese un coltello e si tagliò i suoi lunghi capelli. Poi si tolse il mantello, la corona d’oro e si scoprì le spalle dalla tunica rossa. Si batté il petto.
Rimase lì, per terra, per un giorno intero, sebbene i servi provassero a convincerla ad andare a riposarsi. Sembrava una statua di granito.
Solo nel giorno seguente ritrovò la forza di alzarsi in piedi.
Neanche questa volta si sarebbe fermata: decise di partire da sola alla ricerca del marito. Thot non era convinto di lasciarla andare da sola.
“Vuoi partire?”
“Sì. È mio dovere.”
“Ma sarà pericoloso per te…”
“Devo farlo. Vivo o morto, lo ritroverò. Perché abbia una degna sepoltura, come vogliono le nostre leggi.”
“È meglio che qualcuno ti accompagni.”
“No. Andrò io, da sola. Dovete restare a palazzo.” lo guardò intensamente. “Tu bada al palazzo. E al bambino…”
Thot lo promise e si chinò a lei.
Sarebbe stato un lungo viaggio e lei avrebbe avuto bisogno di qualche riparo. Per non intimorire gli uomini dovette assumere fattezze umane, per poi partire.
Viaggiò notte e giorno, percorrendo le piane, il deserto, i monti.
In quanto umana, pativa il freddo delle montagne, il caldo torrido del deserto, la stanchezza, la fame.
Nessun umano, poi, in quelle terre ostili, l’aveva ospitata. Potevano a malapena sfamare loro stessi: tantomeno una straniera.
Il suo viaggio arrivò nella città di Biblo, sulle coste della Fenicia. Non appena arrivò si ritrovò di fronte alla reggia del re Malcandro e la di lui moglie Nemano.
Iside, una forestiera, non poteva avere facilmente accesso al palazzo reale. Doveva arrivarci indirettamente.
Dopo aver passeggiato intorno al palazzo, dopo un po’ vide alcune ancelle passeggiare in un prato non molto lontano. Lei decise di approfittarne. Ma prima doveva trovare un modo per attirarle.
Raggiunse la spiaggia. Raccolse, in un’anfora, dell’acqua marina, per poi versarla in delle boccette di vetro.
Vi soffiò sopra. L’acqua aveva un profumo dolcissimo, fresco, delicato ma che inebriava l’aria, come quello di un giglio.
Con queste boccette tornò dal giardino, dove trovò ancora le ancelle. Riuscì, cautamente, ad avvicinarsi. Regalò loro le boccette, spiegando loro che era un profumo per capelli.
Le ragazze rimasero entusiaste e affascinate dalla straniera. Subito corsero alla reggia a riferire dell’incontro. La regina, incuriosita dalla straniera, ordinò di portarla alla reggia.
Iside fu accompagnata dalle ancelle al cospetto della regina.
Nonostante fosse lei stessa una regina e molto più potente, da umana Iside non poteva fare a meno di provare un po’ di soggezione di fronte alla regina di Biblo.
Alle domande della regina su chi fosse si inventò una scusa, e chiese ospitalità offrendo di prestare qualunque servigio.
La generosa Nemano la accolse a palazzo in cambio di diventare la nutrice di suo figlio.
Iside assolse volentieri il suo incarico. Si affezionò al bambino: e per ripagare l’ospitalità di Nemano, volle renderlo immortale, al pari di un dio.
Quindi, a notte fonda, quando tutti furono a dormire, pose la sua culla in mezzo alla stanza, preparandosi per il rituale. Con una formula, generò delle fiamme magiche rosse e blu che la avvolsero.
Lei si trasformò in una rondine e iniziò a volteggiare intorno alla culla, battendo le ali e generando il soffio vitale dell’immortalità.
Nemano intanto, che dormiva, si svegliò improvvisamente, sentendo dei rumori di ali che sbattevano provenire dalla stanza di suo figlio.
Corse nella stanza del bambino a vedere, portando con sé una candela. Non appena entrata, vedendo la scena spaventosa, la candela le cadde. La rondine fermò il suo volo.
Nemano cacciò un urlo e prese in braccio il bambino, interrompendo il rituale. Chiamò la nutrice.
Iside fu costretta, da rondine, a ri-trasformarsi e riassumere la sua forma divina.
Nemano, bianca in volto, indietreggiò di fronte alla regale, imponente figura della dea.
Spiegò a Nemano che lei voleva donare l’immortalità a suo figlio per ringraziarla dell’ospitalità.
Nemano si prostrò di fronte a lei.
“Pietà, o dea! Perdonami… Avrai tutto ciò che vuoi da me!”
Iside non era adirata: anche lei avrebbe avuto paura al posto suo. Le chiese, però, una cosa sola.
Quando era arrivata in città aveva visto che una delle bellissime colonne intagliate in legno di acacia che sorreggevano il palazzo sembrava avvolgere qualcosa al suo interno. Qualcosa che aveva la forma di una bara e che era esattamente come l’aveva descritta Thot.
“Vorrei solo il pezzo superiore di quella colonna.”
Quando Nemano le chiese perché, Iside spiegò tutto ciò che era avvenuto e il motivo per cui era venuta lì. La regina, inorridita, ricordò. Qualche settimana prima, infatti, si parlava in città di un sarcofago dorato che era stato visto galleggiare nel mare.
Ma poi la bara era sparita: l’ultima volta che era stata vista si trovava nello stesso posto da cui era stata presa la legna per la colonna.
Iside ne ebbe la conferma.
Nemano ordinò subito di tagliare la colonna e farla tagliare fino a che non comparve il sarcofago.
Ottenuto il tronco, nel cuore della notte Iside si allontanò cautamente dalla reggia. Nel legno cercò l’apertura della bara sigillata: per fortuna, dopo alcuni sforzi, riuscì ad aprirlo. E lo vide: Osiride. Il suo amato Osiride. La vista era orribile. L’interno del coperchio del sarcofago era pieno di graffi.
Iside ululò e gemette per il dolore, scuotendolo e stringendolo a sé. Cercò disperatamente di farlo rinvenire.
Dispiegò le sue ali e cercò di svegliarlo con il proprio soffio vitale, in grado di curare qualsiasi ferita.
Ma non c’era nulla da fare: gli dei possono curare, donare l’immortalità, ma non possono riportare i morti nel mondo dei vivi.
Miracolosamente, però, Osiride si risvegliò appena tra le sue braccia. Iside, quando lo vide sbattere le ciglia, lo abbracciò con le lacrime agli occhi. Lui, che era di poco nel mondo dei vivi, la riconobbe, ed ebbero solo il tempo di amarsi un’ultima volta.
Poi Osiride, in un ultimo bacio, spirò.
Iside non poteva accettarlo. Rimase abbracciata a lui tutta la notte.
La mattina successiva a malincuore Iside chiuse la bara. Poi ripartì alla volta del regno.
Ma quando arrivò scoprì che Set aveva usurpato il trono del fratello e assoggettato il Basso Egitto.
Non poteva entrare a palazzo: Set probabilmente l’avrebbe uccisa, tantopiù se l’avesse vista con il sarcofago.
Si nascose, insieme al sarcofago, presso le canne del Nilo, dove spesso passeggiava con suo marito, dove tempo prima aveva recuperato il bambino allevato dagli sciacalli.
Una volta nascosta lì sentì un rumore. Spaventata, si immobilizzò.
“Chi è?!”
Ma quando finalmente si voltò appena giusto per vedere con la coda dell’occhio che vi fosse.
E vide la sorella, Nefti, seguita dal giovane ma ormai cresciuto Anubis.
Nefti aveva saputo della sorte del cognato ma, sebbene devastata, non aveva potuto fare niente e aveva dovuto seguire Set. Ora era regina del Basso Egitto, ma avrebbe preferito di gran lunga il deserto.
Soffriva sempre. Era anche a causa sua che il suo amato Osiride era morto: sentiva di non avere più posto nel mondo.
Non appena rivide la sorella, però, si riaccese un barlume di speranza.
“Nefti?”
“Sorella mia!”
Le corse incontro, e si gettò tra le sue braccia. Nefti guardò la sorella: bellissima, come l’aveva sempre vista lei, ma stanca, addolorata, i suoi lunghi capelli tagliati sopra le spalle.
“Sai tutto, Nefti?” la incalzò Iside.
“Sì… Sì…” pianse Nefti. “Perdonami…”
“Shhh… Va tutto bene”.
Iside le mostrò il sarcofago e il corpo di Osiride. Le sorelle emisero lamenti che laceravano l’aria intorno. I canneti, con il loro fruscio, mossi dal vento, parevano gemere anch’essi.
Dopodiché si mossero per dargli una degna sepoltura: ma finché c’era la luce del giorno avrebbero rischiato di essere scoperte da Set. Perciò chiusero la bara e la nascosero tra gli alberi del giardino vicino alla reggia, coprendola di fronde di alberi.
Giunse intanto la notte.
Set non dormiva ancora. Si godeva ancora la conquista del regno che sentiva gli spettasse. Ora anche lui era importante: ora Osiride non gli ricordava più la sua miseria.
Eppure percepiva che c’era qualcosa che non andava, che gli impediva in qualche modo di essere soddisfatto appieno.
Durante il giorno aveva sentito dei lamenti provenire da fuori, verso il Nilo. E non riuscendo a dormire, decise di approfittarne per andare a controllare.
Uscito fuori, si ritrovò nel giardino, in mezzo agli alberi. Dopo aver camminato un po’, prima ancora di raggiungere il Nilo vide qualcosa che pareva un tronco, ma che andando da vicino riconobbe come il bellissimo sarcofago che aveva fatto costruire proprio per il fratello tempo prima.
Non gli pareva vero. Si avvicinò: non si era sbagliato.
Sbirciò dentro, non vedendo nulla, finché finalmente lo aprì. Era suo fratello.
Aveva un aspetto sereno, pronto a schernirlo, anche da morto. Il suo bel viso era un insulto.
Strinse i denti, i suoi occhi in fiamme per la furia.
Avvicinò le mani alla sua testa.
E la strappò dal collo a mani nude.
E così con gli arti, il busto, finché il suo corpo non fu diviso in 14 pezzi. Poi lui stesso li portò uno a uno presso le rive del Nilo e le gettò nell’acqua. Poi tornò a palazzo con un senso di soddisfazione misto a una strana inquietudine di sottofondo.
Continua…