Un buco nero.

È più o meno questa l’idea che i grandi hanno della propria adolescenza e che probabilmente tutti quanti – dopo qualche crisi di mezza età – avremo della nostra. Uno spazio sterminato e confuso, senza tempo, buio, indefinito; un agglomerato di esperienze, volti, pensieri e sentimenti che non riusciremo mai più a mettere fuoco e che rimarranno per sempre avvolti da una patina di indifferenza. Quando ce ne sarà data l’occasione, faremo sfoggio degli aneddoti divertenti che ancora sappiamo raccontare e ai nostri figli insegneremo che sì, l’adolescenza è un medioevo del quale perdiamo inevitabilmente memoria, un pezzo della nostra vita che è destinato a sprofondare nel silenzio e nell’oblio.

Forse dimenticare ci conviene, o forse non crediamo che ricordare sia importante. Forse non ci interessa. Forse, dentro di noi, i conflitti e i dolori che abbiamo vissuto in questo periodo oscuro di continua lotta hanno lasciato cicatrici che ancora bruciano. Perché crescere è una guerra aperta su due fronti: mentre sei messo per la prima volta davanti a te stesso e cerchi di capire chi sei, devi difenderti dal fuoco e dai colpi della società e, se ti riesce, provare a farti strada o almeno a sopravvivere. Tutto questo accade senza che tu abbia mai preso un’arma in mano, paralizzato e incapace di capire quale sia la cosa giusta da fare. Si naviga a vista, durante l’adolescenza; e se il mare è un buco nero, non dovremmo sorprenderci della facilità con cui ci si può perdere.

Tuttavia col passare del tempo scopriamo che essere adulti non è altro che aver imparato a conoscere il buco nero. La verità è che non ne usciamo mai. È comodo però pensare il contrario e credere che il viaggio nell’incerto abbia un inizio e una fine, è confortante saperlo ormai lontano da noi e provare a ignorarlo.

L’adolescenza non è solo una “fase”, non è detestare qualunque autorità ed essere ribelli, non è essere facilmente influenzati dagli altri o seguire spasmodicamente le mode. Significa improvvisarsi acrobati, alla costante ricerca di un equilibrio che si rivela puntualmente precario; significa rendersi conto di non avere certezze e provare a trovarne di nuove; significa, talvolta, avere a che fare con persone che non ti prendono sul serio e che sottovalutano i tuoi problemi in momenti in cui avresti bisogno di conforto.

Significa, qualche volta, non capirci più niente e avere voglia di mandare tutto all’aria; uscire e parlare con le uniche persone che sanno cosa intendi e a cui non devi spiegare nulla, gli amici. Significa vivere ogni situazione come se ci fosse una lente d’ingrandimento sui problemi, i pensieri, le emozioni.

Altre mille parole potrebbero essere spese per descrivere quest’età senza riuscire davvero a centrare il punto o a dipingerne la complessità: suppongo che basti proprio questo a renderla degna di essere trattata con rispetto.

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