“Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste? Il mio appello ai giovani è di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà. E quindi l’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo; se c’è qualcuno che dà scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato”

A quanti è capitato di aggirarsi per i corridoi della scuola e di chiedersi chi fosse passato di lì prima del nostro arrivo?  Sembra surreale pensare che personaggi come Sandro Pertini, Don Lorenzo Milani, Camillo Sbarbaro o Renata Cuneo possano aver realmente vissuto le relazioni, l’ansia, le preoccupazioni, la paura di fallire o di non realizzare nulla di concreto, e tutti i dubbi che la nuova generazione sta vivendo proprio ora.
Com’era la scuola? Il rapporto tra professori e alunni in periodi storici così travagliati era sempre semplice? I metodi didattici erano diversi? Queste sono soltanto alcune tra le mille domande che mi vengono in mente pensando alla loro esperienza scolastica al Liceo Chiabrera e per questo ho deciso di provare in qualche modo a riportarli nelle aule che oggi per molti di noi rappresentano una seconda casa.
Aprendo la pagina ufficiale della scuola risulta impossibile non notare per primo il nome del partigiano e settimo presidente della Repubblica, primo e unico esponente del movimento PSI a ricoprire la carica: Sandro Pertini. Frequenta i primi due anni di ginnasio, per partire poi perché chiamato alle armi, prestando servizio come soldato semplice.
Ho avuto l’incredibile possibilità di consultare la sua pagella, datata proprio 1915, il suo ultimo anno al liceo Chiabrera; la condotta nelle singole materie è contrastante e voti brillanti in materie come storia e fisica si alternano ad altri mediocri come in greco e latino. Secondo diverse fonti le sue idee politiche, alimentate già in età adolescenziale da personaggi come Adelchi Baratono, socialista, riformista e suo professore di filosofia, si scontrarono con quelle di altri docenti, obbligandolo poi a ritirarsi e a conseguire la maturità da privatista.

 

Dopo alcuni anni sul fronte dell’Isonzo nel 1917 riceve la medaglia d’argento al valor militare e con il primo dopoguerra inizia per Pertini un lungo e impegnato periodo di militanza, in cui si distingue con una profonda opposizione al fascismo. Ne consegue il primo arresto, l’esilio in Francia per fuggire dall’assegnazione per cinque anni al confino e il secondo con la condanna del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, durante gli anni in cui partiti di opposizione, sindacati e testate giornalistiche erano state completamente messe a tacere.
In quegli anni di prigionia fa diverse conoscenze, tra cui quella di Antonio Gramsci, per nulla scontata vista l’appartenenza politica dei due nel periodo in cui, all’estero, socialisti e comunisti si dilaniavano a vicenda come cani. Di lui Pertini disse che fu certamente la mente politica più forte e l’uomo di più vasta cultura che avesse mai incontrato in tutta la vita; disse che aveva occhi di acciaio che quando si fermavano sull’interlocutore non lo mollavano più, da essi sprizzavano l’intelligenza e l’ingegno del suo cervello. Fu liberato dopo quattordici anni solo nel 1943, quando dopo le dimissioni di Mussolini Pietro Badoglio divenne capo di stato.
In seguito il sogno di riformare il partito socialista italiano insieme a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat e poi, durante gli anni della resistenza, una costante forza d’animo e perseveranza che lo accompagnarono nella guerra partigiana, rendendolo uno dei volti più simbolici di quella battaglia armata. Diventa direttore dell’Avanti! e pochi anni dopo del quotidiano genovese “Il Lavoro”, deputato all’Assemblea costituente nel ‘45, senatore nel ‘48, Presidente della Camera dei deputati nel ‘63 e finalmente Presidente della Repubblica nel ’78, a dieci anni dall’inizio della turbolenta stagione degli anni di Piombo.
Si ritrova ottantaduenne autentico interprete della voce di un popolo terrorizzato dalle violenze di piazza, dalle organizzazioni rivoluzionarie, dalla Mafia e dal terrorismo. Dovette gestire gli anni più turbolenti del dopoguerra, affrontare i dissidi politici tra partiti, frequenti episodi di corruzione, ma soprattutto stragi crudeli che raggiunsero l’apice con il rapimento di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. All’ennesimo funerale di stato che seguì l’uccisione dell’operaio sindacalista Guido Rossa, disse di non poter accettare che chi aveva combattuto al suo fianco contro i fascisti tentasse ora di ferire, lacerare e distruggere la democrazia, e chiese loro di vergognarsi con tono risonante.
Nonostante tutto non perse mai la vitalità nel lottare contro la dittatura a favore della libertà del proprio Paese, incurante degli ostacoli che sembravano serrargli la strada, perché convinto che la sua fosse quella più corretta. Fu proprio quella personalità autentica a fargli ottenere così tanto consenso negli anni in cui i cittadini avevano perso completa fiducia nei confronti della classe politica; Sandro Pertini non ebbe mai paura di apparire “scomodo”, fu sempre sincero e onesto, consapevole che quell’atteggiamento lo avrebbe fatto sentire più vicino a chi ancora sperava nel cambiamento; inoltre non abbassò mai la testa di fronte ai potenti.

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