Ancora una volta è il filosofo Galimberti a raccontare il disagio giovanile nell’età del nichilismo 
I ragazzi tra i 15 e i 30 anni hanno il massimo della potenza sessuale, ma è una potenza non riproduttiva perché non fanno figli prima dei 35-40 anni. Hanno la massima potenza ideativa: Einstein ha scoperto la sua formula a 24 anni, Leopardi scrisse l’Infinito a 21, Google e Apple li hanno inventati degli universitari. E il massimo che gli offriamo sono i contratti a progetto. Allora dico: prestate attenzione ai giovani. Quando gli adulti si rivolgono a loro dicendo “ai miei tempi” dicono un’oscenità, perché i nostri tempi erano generosissimi. Io sono diventato professore a 23 anni. Adesso, se uno studia filosofia, la prima cosa da sapere è che non insegnerà mai filosofia​​”.
Umberto Galimberti, nel suo libro “L’ospite inquietante”, pubblicato nel 2007, mette a nudo le incertezze di noi giovani mostrando per l’ennesima volta quanto ci sentiamo inadatti al futuro. Sa descrivere la stagione della nostra vita ricordando quasi con scontatezza che questa è la prima generazione a non avere alcuna chiarezza sul domani, la prima generazione ad assistere sempre in terza persona al succedersi delle cose che semplicemente funzionano. Eppure Nietzsche aveva descritto questa realtà ben prima di qualsiasi filosofo o sociologo moderno, e lo aveva fatto mettendo a tema la parola Nichilismo: i pensatori occidentali, incapaci di tollerare il carattere caotico dell’universo, hanno ideato un mondo completamente immaginario ma altrettanto rassicurante, che ha dato vita alle più grandi teorie filosofiche, da Platone al positivismo. Progressivamente però questo mondo illusorio ha rivelato il proprio carattere menzognero, facendo crollare una ad una ogni dottrina e lasciando correre tutto attraverso la propria confusione naturale. 
Ed ecco che di fronte ad uno scenario simile sotto molti punti di vista, con un futuro che la cultura di allora ci prometteva e che in realtà era solo imprevedibile, noi giovani cadiamo nel più profondo  nichilismo passivo, dimostrando una disarmante arrendevolezza e un atteggiamento di stordimento di fronte all’assurdità del mondo. Su uno sfondo corroso dall’incertezza manca ogni scopo, ogni valore finisce per svalutarsi e manca una risposta al perché. Cosa dovrebbe spingermi a studiare, cercare un lavoro o, toccando il limite, addirittura ad esistere, se il futuro in ogni caso non promette assolutamente nulla? 
Galimberti non solo riconosce questa precarietà, ma ha anche il coraggio di dire ciò che noi giovani non riusciamo ad ammettere nemmeno a noi stessi: che osservando una minaccia come quella del domani ci limitiamo a vivere solo l’assoluto presente. 
Spesso sentiamo ripetere dagli adulti che siamo ingiustificabili nella la nostra indifferenza e nella continua necessità di lamentarci, ma talvolta dimenticano che i disagi dei propri figli sono frutto di ragioni puramente culturali, che è difficile avere un’ambizione, un’aspettativa o la capacità di accettare fallimenti, se fin da neonati veniamo gratificati per ogni piccolezza e quasi sempre attraverso doni materiali che non fanno altro che estinguere il motore del desiderio.
Desiderio che non viene incoraggiato nemmeno dalla scuola superiore, che lavora solo su un’intelligenza logico matematica e trascura tutte le capacità diverse da essa nei suoi allievi; meravigliandosi quando li vede arrancare in continuazione, ma senza mai cercare di capire di cosa siano frutto queste difficoltà. La scuola poi non dà certo il suo meglio nemmeno in un’educazione di tipo emotivo volta a renderci persone rispettose e rispettabili, in una formazione che ci insegni cosa è giusto e cosa non lo è affatto, cosa va conseguito e cosa invece va evitato. Kant sosteneva che non fosse necessario definire “bene” e “male” perché l’uomo li sente naturalmente da sé: ecco, questo principio non è più applicabile, perché è evidente che molti di noi non posseggono una risonanza emotiva dei propri comportamenti. Gli insegnanti sono assolutamente impossibilitati in un percorso simile, e non perché non gli interessi raggiungerlo: in primo luogo non possono dedicarsi né alla differenziazione delle nostre intelligenze né alla cura delle nostre emozioni perché farlo in classi di trenta persone è impossibile a priori . In casi per fortuna più sporadici, invece, non ne sono proprio in grado, perché mancano di empatia e le istituzioni, nel momento in cui assumono un docente tramite concorso, non valutano minimamente queste carenze. Alcuni probabilmente si offenderanno, ora, ma lasciatemi dire una verità su cui qualsiasi alunno concorda: una buona parte dei professori che insegnano in questo liceo avrebbero dovuto fare tutt’altro nella vita. Noi non abbiamo paura di professori carismatici, abbiamo terrore di quelli che demoralizzano:  non pensiate, infatti, che gli effetti di quella demotivazione poi non si vedranno nei giovani dieci, venti o cinquanta anni dopo, anche quando giovani non saranno più. La cosa più paradossale, ci dice Galimberti, è che nelle scuole, quando un insegnante non sa fare il proprio lavoro lo sanno tutti, lo sanno i colleghi, gli studenti, i genitori, persino il preside, che però non potrà far altro che dire “cosa vuoi che faccia, è di ruolo; non posso mica mandarlo via”; ma eliminiamoli definitivamente questi ruoli allora, perché non possono contare più della nostra formazione. Smettiamola di promuovere indistintamente tutti gli studenti con percentuali annue del 97% di ammessi alla classe successiva, perché dove non c’è meritocrazia manca anche il progresso, allontaniamo i genitori dalle scuole, finiamola di organizzare colloqui tra loro e i nostri professori quando in nove famiglie su dieci ciò che conta non è l’istruzione del proprio figlio ma solo che non sia bocciato; iniziamo una volta per tutte a far vivere ai ragazzi la propria esperienza di studi. 

Galimberti ci svela che è questa la situazione in cui viviamo e che è questa la realtà con cui dobbiamo interfacciarci. Ci dice anche però di non perdere la speranza, ma solo di riconoscere la concretezza di tale verità, perché come già Heidegger opportunamente ci ricordava, l’ospite inquietante si aggira nelle nostre case da tempo e metterlo alla porta è completamente inutile.

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