Due secoli sono passati dal 5 maggio 1821, giorno della morte di Napoleone Bonaparte. Da giorni assistiamo alle commemorazioni di rito sotto forma di articoli, trasmissioni, sceneggiati televisivi o interventi sui social media che hanno come unico effetto quello di cristallizzare l’uomo Napoleone, e renderlo, di fatto, icona e personaggio, destinato a restare imprigionato tra le righe dei manuali scolastici. Lo stanco ripetersi delle commemorazioni, in questo senso, in quell’operazione di cancellare la possibilità di immedesimazione da parte dei contemporanei, giunge spesso dove lo scorrere del tempo difficilmente riesce ad arrivare, eliminando qualsiasi comunicazione possibile fra ieri e oggi. É per questa ragione che in questo articolo non si celebrerà l’ennesima commemorazione, non si parlerà di Napoleone genio militare, ma si tenterà se possibile un avvicinamento tra epoche. Chi era realmente l’uomo Napoleone? In cosa consiste l’eredità che ci ha lasciato?

Iniziamo subito deludendo ogni aspettativa riguardo alla prima domanda che, come vedremo, si è rivelata, negli ultimi duecento anni, una vera “domanda impossibile”, senza risposta. Sono 180.000 le opere che hanno inutilmente tentato di rispondervi (meglio di lui solo Gesù di Nazareth). Neanche la sua biografia è utile a precisarne i contorni: durante la Rivoluzione francese il giovane ufficiale d’artiglieria Bonaparte si schiera con il partito giacobino di Robespierre, il più radicale di quella breve stagione e nel colpo di stato del 9 Termidoro del 1794, alla cattura e all’esecuzione degli esponenti del partito giacobino, lo stesso Bonaparte viene arrestato ed evita la ghigliottina per poco. Il 2 dicembre 1804, dieci anni dopo la sua incarcerazione, viene consacrato in Notre-Dame Imperatore dei francesi. Un percorso contraddittorio che incarna perfettamente un uomo ricco di contrasti e ambiguità. Napoleone stesso si definiva un “pragmatico” e per lui “ideologia” fu una parola negativa, astratta. Ecco così che si comincia a delineare un uomo cinico, pratico, che individua le occasioni che la realtà gli propone per sfruttarle a suo vantaggio. Un’altra grande contraddizione che dopo due secoli ancora non lo abbandona, è il fatto che Napoleone era amato e odiato in maniera assolutamente trasversale e per motivi contraddittori. Per molti incarnava la Rivoluzione francese e tutti i valori ad essa connessi, come la laicità, l’uguaglianza, la Repubblica; e per questa stessa ragione era ammirato o detestato. Per altri, invece, Napoleone, nemico giurato dell’assolutismo dell’ancien régime, fu fondatore a sua volta di un impero totalitario e accentratore e fu di fatto l’uomo che invece assassinò e tradì quella stessa Rivoluzione. Peraltro ci furono altrettanti che lo apprezzarono proprio per questo: per aver dato ordine ad una situazione esplosiva, fatta di divisioni, di partiti, di ghigliottina e colpi di stato, divenendo dunque “l’uomo dell’ordine”.

Ci si trova quindi di fronte ad un uomo che divise (e divide) gli animi per ragioni medesime ed opposte, facendo emergere una partizione inedita e spesso irrazionale della società. Tra i nemici interni Napoleone incarnò il dispotismo, ma tra i nemici esterni Napoleone non poté che incarnare la Rivoluzione: “Sono giunti i tempi dell’apocalisse. Robespierre a cavallo attraversa l’Austria” scriveva un’aristocratica tedesca nell’autunno 1805, durante la prima grande guerra di Napoleone imperatore. Per contro nel 1806 a Jena, in una piccola città tedesca, una lettera firmata da Georg Wilhelm Friedrich Hegel, così si riferiva all’imperatore: “Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo”. Nelle moltissime lettere che fanno riferimento alla battaglia di Waterloo, ultima battaglia di Napoleone, ufficiali di entrambi gli schieramenti affermavano di combattere per la stessa causa (la difesa della libertà). 

Anche da un punto di vista religioso, è difficile per noi ricostruire una coerenza del personaggio e capire cosa pensasse realmente: Napoleone  aveva della religione una visione disincantata, cinica e che, soprattutto, non fu omogenea nel tempo. Se da un lato fermò la decristianizzazione della Francia perseguita dal partito giacobino e firmò il Concordato con il papa nel 1801, dall’altro era visto dalle forze cattoliche e tradizionaliste (quali la Spagna, l’Austria e il Papato) come un saccheggiatore di chiese e di conventi, un miscredente e fedifrago, anticlericale e sequestratore del papa. È emblematico il suo discorso al Consiglio di Stato: «La mia politica consiste nel governare gli uomini secondo i desideri del maggior numero. È questo, a mio avviso, il modo per riconoscere la sovranità del popolo. Mi sono fatto cattolico per vincere la guerra di Vandea. Mi sono fatto musulmano per insediarmi in Egitto. Mi sono fatto cattolico per conquistare lo spirito degli italiani. Se governassi il popolo ebraico, ricostruirei il Tempio di Salomone».

 

Sembra quindi che l’unico credo a cui Napoleone si ispirava fosse il consenso: fermando la persecuzione dei nobili se ne conquistò il favore, con il concordato con il papa si ingraziò il clero francese (messo in forte crisi da una spirale di laicizzazione nel periodo repubblicano), mantenendo le conquiste della rivoluzione ottenne l’appoggio della borghesia, senza considerare l’esercito e tutta la grande massa di veterani e mutilati a cui il “grand général” aveva garantito pensioni e ricompense. Con tecniche e per ragioni diverse, tutti questi ceti e categorie di individui vennero inglobati nella grande macchina del consenso napoleonica. Comincia quindi a farsi chiaro, anche dopo una analisi così sommaria, che capire chi fosse e cosa pensasse realmente quest’uomo così enigmatico e guidato solo dalla convenienza e dal contesto in cui si trovava, rappresenti un’impresa quasi irrealizzabile.

 

Più realistico è provare a rispondere alla seconda domanda riguardante la sua eredità.

Per soddisfare “i desideri del maggior numero” lo stato napoleonico mise in moto una macchina di controllo e di schedatura mai vista in nessun paese europeo, che si estendeva nel territorio in maniera capillare e che, di fatto, fondò l’idea di stato centralizzato moderno. I censimenti e le registrazioni avevano lo scopo di fornire allo stato (e all’Imperatore) informazioni su qualunque elemento della società (nomi, età, mestieri, redditi, bestiame, strumenti agricoli, terreni). Lo stato si ritrovò ad avere enormi quantità di informazioni andando a sviluppare una concezione amministrativa che sarà alla base delle burocrazie novecentesche e contemporanee.

Oltre ad un’eredità “burocratica” è però presente anche un’eredità politica: Napoleone, da quando si è imposto sul palcoscenico della storia (e ancora oggi fa fatica ad andarsene del tutto), con la sua politica del consenso e dei favoritismi fu, di fatto, il primo populista dopo essere già stato, in un certo senso, il primo golpista della storia moderna. La sua politica si muoveva nella dimensione dell’approvazione acritica, della propaganda e della manipolazione, e si smarcava da qualsiasi concezione etica o morale della realtà. Divenne Imperatore di una repubblica tramite un plebiscito, difese la rivoluzione dai nemici esterni  e la esportò verso nuovi popoli che fondarono nuove nazioni (come il Ducato di Varsavia o il Regno d’Italia) fondati su quegli stessi ideali, ma, allo stesso tempo, animato dal desiderio di difenderla, ne distrusse i valori, annegandoli nel dispotismo. Questo personaggio ci suggerisce un’altra riflessione, che trova oggi una grande attualità, e cioè che la rivoluzione, come qualunque altra forma di governo, se minacciata da nemici interni o esterni, tende alla degenerazione e il cittadino, impaurito, addormenta i propri sensi nell’illusione che qualcun altro si prenderà cura di lui e lo difenderà dalle complicazioni del presente.

Napoleone, in questo senso, rappresenta la sintesi delle contraddizioni della società del suo tempo, enorme coesistenza di opposti: una società divisa, irrisolta, da una parte tendente al razionalismo illuminista e dall’altra alle passioni irrazionali, divisa tra utopia e realtà, tra neo-classicismo e romanticismo, tra ateismo e religione. 

N fu la grande cassa di risonanza di un tempo che getta la sua ombra lunga anche sul nostro presente.

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