Tutti la chiamiamo guerra, ma pochi sono soliti definire i conflitti come il farmaco per la nostra società occidentale. 

Dall’Europa agli Stati Uniti, la democrazia è, fortunatamente, la forma di governo prevalente che ha reso possibile lo sviluppo di una generale condizione di pace e benessere tra centinaia di milioni di cittadini; ogni democrazia pone le sue fondamenta nella libertà (parola oggi spesso messa in discussione), libertà di vivere la vita che preferiamo, pensare e agire come desideriamo e anche di governare, purché meritevoli e sostenuti dal popolo. Eppure questa libertà, principio cardine delle democrazie, si accompagna inevitabilmente a una terrorizzante instabilità sempre pronta a insidiarsi nelle viscere più profonde dello stato: d’altronde è naturale che in una realtà dove vengono accettati pensieri e opinioni diversi la compattezza e la saldezza dello stato vengano meno più facilmente. 

Ogni democrazia necessità di una particolare situazione per poter svilupparsi e prosperare, un clima che permetta a cittadini e classe dirigente di schierarsi dalla stessa parte, di riscoprirsi uniti e capaci, che promuova il generale desiderio di difendere e far progredire lo stato stesso piuttosto che dargli addosso; insomma, ogni democrazia è come una potente locomotiva che può arrivare molto lontano solo se corre, con tutti i suoi ingranaggi che lavorano all’unisono, su saldi binari, senza i quali deraglierebbe. 

Ebbene, cosa sono questi binari? Essi rappresentano un fine a cui tendono cittadini e politici, lo scopo di esistere dello stato stesso che può identificarsi nella comune volontà di crescere e primeggiare sugli altri paesi così come nella necessità di difendersi da un attaccante esterno durante un conflitto, situazione di cui oggi facciamo esperienza.

Dal preciso momento in cui Vladimir Putin ha cominciato a minacciare l’Ucraina, il processo di ricompattamento dell’Occidente ha avuto inizio: in questo maledetto conflitto tutti riconosciamo nella Russia di Putin un pericoloso invasore forse disposto a non arrestare la sua conquista in Ucraina ma a proseguire in chissà quale altro sventurato paese, a tutti noi si spezza il cuore alla vista dei bambini che scappano dai bombardamenti, tutti temiamo enormemente l’utilizzo delle armi nucleari e l’espansione dei combattimenti; tutti la pensiamo allo stesso modo, uomini, donne e ragazzi, italiani, francesi e americani, la classe politica è unita e fa fronte comune a livello internazionale contro il nuovo zar; infine, riscopriamo la dolcezza della nostra libertà in un momento dove è seriamente minacciata. Tecnicismi a parte, siamo tutti sulla stessa barca ed è nel nostro pieno interesse non farla affondare e permetterle di avanzare oltre la crisi russa.

Che sia ben chiaro, non intendo assolutamente dipingere la guerra come un bene, ma tra il dolore, la disperazione, il sangue e la morte cui Putin ci ha abituati il rinvigorimento delle democrazie è l’unico aspetto positivo che si possa scorgere.

In effetti, i paesi europei sono ora più uniti che mai (non solo i membri dell’unione) e ad essi si aggiungono diverse realtà internazionali come gli Stati Uniti e il Giappone.

Purtroppo, tragici eventi come che quello che stiamo vivendo sono necessari per garantire a tutti noi di vivere in stati democratici e solidi poiché guardare oltre le nostre frontiere ci fa riscoprire tutti un unico popolo e un’unica (bizzarra) specie. Per questo motivo la guerra, seppur orrenda e tragica, è una potente medicina che salva la democrazia e la libertà; certo, a che prezzo! Viene da domandarsi se l’occidente avrà sempre bisogno di assistere a tali spettacoli di distruzione e morte per permettere alla sua società di sopravvivere o se noi cittadini, dal primo all’ultimo, sapremo farci più saggi e tutelare i nostri diritti con razionalità anche senza che qualcuno minacci di portarceli via. 

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