Il 23 febbraio di un anno fa gli istituti scolastici sull’intero territorio nazionale venivano momentaneamente chiusi e il 9 marzo il Presidente Conte annunciava il lockdown nazionale. Ripercorriamo quindi un anno unico nel bene e purtroppo soprattutto nel male. 

Suppongo che ormai ognuno abbia impresso nella propria memoria cosa stesse facendo quella fatidica domenica di febbraio. Io per esempio il 23 di un anno fa mi trovavo a Firenze. Un sole mite inondava di luce la cupola del Brunelleschi e, immerso com’ero tra la folla, il caso del primo paziente di Covid-19 ricoverato a Codogno sembrava ancora una realtà remota, la cui sorte non era apparentemente destinata ad incrociarsi con la mia vita.

Verso sera però ecco l’annuncio: scuole di ogni ordine e grado chiuse per una settimana. Inutile descrivere la gioia nel leggere quelle parole. Del resto tutti abbiamo pensato: «Domani finalmente dormo!»; innegabilmente la settimana di relax avrebbe giovato, ma come avremmo potuto immaginare che da quel momento non avremmo più messo piede a scuola per l’intero anno scolastico? Infine il piatto forte, servito la sera del 9 marzo dall’edizione speciale del TG1: l’Italia è il primo Paese europeo ad entrare ufficialmente in lockdown (come suonava strana allora questa parola!), tutti i cittadini sono tenuti a rimanere all’interno delle proprie abitazioni e uscire “solo per motivi di salute o necessità”.

Lavoro e scuole chiuse, economia congelata. Personalmente sono stato colpito dalla rapidità che hanno le cose di accadere; due settimane prima si è in viaggio e ora gli unici itinerari possibili sono camera-cucina, cucina-salone. Ognuno ha vissuto il confinamento in maniera diversa eppure identica, affidandosi a Netflix per non sprofondare nella noia più totale o impazzire d’ansia a causa dell’interrogazione di latino, che o a casa o a scuola non manca mai…

La monotonia delle giornate era interrotta dagli schermi dei computer che portavano e anzi portano la scuola sulle nostre scrivanie, aprendo una paradossale finestra di “normalità” in una realtà astrusa e complicata. Infine, come non citare quelle brevi e spasmodiche uscite, la sera, quasi di soppiatto, per concederci una rapida ora d’aria. Sarà capitato anche a voi di incontrare qualcuno sul vostro percorso e scommetto che in testa avevamo tutti gli stessi pensieri: un tempo si sarebbe salutato l’altro con un carico «buonasera!», ma adesso ogni passante sembra essere un nemico pronto a colpire, da cui tenersi alla larga, un compagno di sventura da cui è meglio allontanarsi, sperando che dimentichi di averci visto.

Il tutto accade in pochi secondi, sufficienti a delineare tutto lo sgomento, la paura e il dubbio negli occhi di chi ci passa davanti, essendo il resto del volto coperto da quei dispositivi a noi ancora estranei e quanto mai fastidiosi che ci impediscono di fiutare e percepire tutto ciò che ci circonda chiamati mascherine. E poi le strade deserte, il silenzio più totale, tutto andava – e in parte va – a comporre la quotidianità del coronavirus, una routine stravolta da qualcosa che nemmeno vediamo. 

Finalmente ecco l’estate, la stagione della libertà non si smentisce mai; dopo splendide pagelle si abbandonano i balconi per tornare sul litorale e sentire finalmente il profumo del mare. Non è vero che “non ce n’è coviddi”, ma l’impressione di tutti, dai più ai meno cauti, è all’incirca questa. Passano giugno e luglio, ad agosto i nuovi casi aumentano ma questo non ci impedisce di rivederci tutti a settembre, in carne ed ossa, rivivendo un secondo primo giorno di scuola. E poi sappiamo tutti come è andata: palestre, teatri, ristoranti aperti, poi chiusi, zone gialle, arancioni, rosse, forse bianche, forse no, scuole in presenza, a casa al 75%, al 100%, di nuovo in presenza, di nuovo a casa, banchi a rotelle, Natale in famiglia prima, in solitudine dopo, tutti insieme se hai due figli minori di quattordici anni, sci, non sci, M.E.S., crisi di governo e arriviamo a noi. Insomma ci siamo resi tutti conto che guidare un Paese in piena crisi pandemica non è facile…

E adesso? Cosa succederà? Le nostre aspettative si alzano e si abbassano, ascoltando chi tra i virologi è convinto che per l’inizio dell’estate saremo quasi tutti vaccinati quando c’è chi invece suppone che forse ne usciremo l’anno prossimo. Un politico assicura milioni di dosi di vaccino mentre la realtà è ben lungi dal raggiungere questo obiettivo; poi ovviamente ci sono quei “medici” i quali credono che il vaccino sia uscito dal calderone di Mago Merlino e che nuoccia a non si capisce quale parte del nostro organismo… ma d’altronde il mondo è bello perché è vario no?

Le certezze sono dunque ben poche e finora limitate ad agire coscienziosamente mantenendo le dovute distanze e indossando sempre le mascherine che, ci tengo a precisarlo, vanno anche cambiate dopo un numero massimo di utilizzi. Personalmente spero che le vaccinazioni continuino nel miglior modo possibile, augurandomi inoltre che si riescano ad inoculare entro giugno le dosi necessarie alle persone delle fasce di età più a rischio: nel 2020 i cittadini italiani con età maggiore o uguale a sessantacinque anni erano 13.859.090 e nel momento in cui questo articolo è stato scritto le vaccinazioni effettuate ammontano a 2.962.975. Seguendo questo ritmo servirebbero poco più quattro mesi e mezzo (salvo varianti) per vaccinare tutti gli over sessantacinque, ma confidando nell’arrivo di altri di altri vaccini forse i tempi diminuirebbero notevolmente. Ciò non consentirebbe la scomparsa del virus, che però resterebbe attivo solo tra la popolazione che in media risente in modo minore e meno grave degli effetti del Covid.

Un anno è dunque già trascorso, tra le sue novità e i suoi dolori. Tutti noi ci ritroviamo in una situazione paradossale che eravamo abituati a concepire solo nel mondo del cinema e che ora dobbiamo fronteggiare. In un certo qual modo stiamo però scrivendo la storia e, un domani, potremo dire: «Io c’ero».

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