Il 19 marzo 2021 è uscito “Teatro d’ira – Vol. I”, il secondo album dei Måneskin, registrato interamente in presa diretta al fine di ricreare il più possibile la dimensione dei live show, quella che la band sente più propria.
Come il gruppo stesso si è premurato di spiegare, è bene chiarire subito l’entità dell’ira di cui si parla nel titolo: non è pura e semplice rabbia indirizzata contro uno specifico bersaglio, bensì voglia di rivoluzione, di ribellarsi a insensati stereotipi e cercare di cambiare quello che troviamo sbagliato nella nostra società.
Rispetto al primo disco (“Il ballo della vita”) si può certo notare un’evoluzione, soprattutto dovuta al periodo che la band ha trascorso a Londra ascoltando il maggior numero possibile di concerti: si può vedere innanzitutto nei testi, che trattano argomenti vari e più maturi, poi nella musica, che ha qui molta più importanza rispetto all’album precedente.

Zitti e buoni

Ormai sulla bocca di tutti, questo pezzo è stato all’insegna del Sanremo più chiacchierato di sempre, con l’energia di un rock ricalcante lo stile glam degli anni ’70 che ha colpito tutti, unita a un testo decisamente diverso dal tradizionale stile sanremese: qui si parla di ambizione, si ricorda come sia importante non omologarsi agli altri (argomento inoltre ripreso nell’ultimo brano dell’album, “Vent’anni”), anche a costo di andare fuori di testa. Il pezzo è stato, appena scritto, immediatamente percepito come uno dei più “sbagliati” dell’album per la linea del palco dell’Ariston ma, consci della visibilità che il Festival avrebbe loro garantito, la band romana ha proprio scelto di farsi conoscere al grande pubblico con suoni e parole personali, che riguardano tutti i componenti nel profondo.

Coraline

Il brano racconta la storia di Coraline, una bambina che cerca di trovare il proprio posto nel mondo, non riuscendoci perché troppo pura e fragile, e che quindi l’autore vuole proteggere dal dolore. Quella che inizia come una malinconica ballata solo chitarra e voce, successivamente si incupisce con l’entrata di basso e batteria, quasi a sottolineare una sofferenza sempre meno tollerabile per la protagonista. Nonostante per tutto il brano predomini un’atmosfera fortemente pessimistica, alla fine si intravede una luce di speranza: Damiano infatti suggerisce alla bambina di rifugiarsi nel castello della città perché dentro a quelle possenti mura nulla potrà ferirla.

Lividi sui gomiti

Unico brano a non vedere tutti i membri impegnati nella composizione, ma solo Damiano e Victoria, “Lividi sui gomiti” palesa sia nel ritmo sia nelle parole l’influenza del rap: tipica è la situazione dell’esaltazione di sé una volta ottenuto un riscatto dal proprio passato faticoso, un inno da parte dei Måneskin alla rivincita su chi inizialmente dubitava che in loro si celassero realmente valore e talento. Ruoli fondamentali sono giocati da chitarra e batteria, che permettono un matrimonio sicuramente interessante fra il rock duro, ormai loro marchio di fabbrica, ed uno stile più “underground”.

I wanna be your slave

Questa è una delle due canzoni scritte in inglese, insieme a “For your love”. Il brano punta molto sul ritmo orecchiabile e coinvolgente (questo soprattutto grazie al basso), arma vincente che gli ha permesso di scalare le classifiche con una rapidità impressionante in compagnia di “Coraline”, imponendosi subito fra le tracce di spicco di “Teatro d’Ira”. L’interpretazione del testo indubbiamente contraddittorio è stata splendidamente fornita da Victoria, la quale in un’intervista ha dichiarato: “Mi riconosco nel dualismo di due cose opposte. Ognuno di noi tende a farsi un’idea di sé e a bloccarsi lì, invece si può avere piacere a pensare ed essere cose opposte, pur restando sé stessi”.

In nome del padre

Questa traccia può essere definita la più cruda del disco e allo stesso tempo la più personale. Con un rock arrogante e senza fronzoli, la band racconta le difficoltà della scalata al successo e dei cambiamenti che l’essere famosi ha portato nelle loro vite, ma anche di come allo stesso tempo siano sempre ripagati dalla musica, talmente importante per loro da essere “in nome del padre, del figlio, spirito santo”.

For your love

Senza dubbio è una performance vocale di alto livello quella che caratterizza specialmente il ritornello, fatto di falsetti struggenti in stile Evanescence, accompagnati da un riff di chitarra tendente al metal certamente non irrilevante. Potrebbe essere una coincidenza, ma i due brani dell’album scritti in inglese presentano un argomento simile che li differenzia dagli altri pezzi. Se le rimanenti canzoni effettuano analisi più introspettive dei ventenni o hanno toni aggressivi, queste mettono in ballo l’argomento del rapporto di coppia, in “For your love” nuovamente possessivo ma anche disperato: l’autore è alla ricerca di qualcosa, qualunque cosa, da poter offrire in cambio d’amore, in uno stato di asservimento che contrasta con gli atteggiamenti spavaldi di “I wanna be your slave”.

La paura del buio

Al contrario degli altri brani, in questo pezzo gli strumenti sono volutamente lasciati in secondo piano per dare maggiore rilievo alla voce. La musica qui è presentata come un pharmakon, termine che in greco antico indica contemporaneamente medicina e veleno: gli effetti terapeutici del puro e semplice fare musica corrono sempre il rischio di venire minati dai lati negativi che la fama porta con sé. Damiano però dichiara fieramente di non avere paura: non importa cosa succederà, è determinato a non lasciare che il veleno annienti i benefici della medicina.

Vent’anni

La traccia conclusiva è un urlo da parte dalla nuova generazione a quella vecchia per cercare di farsi capire e allo stesso tempo un’empatica carezza di conforto a chi alla nuova generazione ci appartiene, affinché possa sentirsi capito e rappresentato. A vent’anni le paure sono tante: paura di non integrarsi, di essere solo una cometa di passaggio e non lasciare nulla al mondo. La voglia di fare però è altrettanto grande, se non addirittura maggiore: vogliamo rimediare agli errori di chi ci ha preceduto, abbattere le barriere di odio con cui ci hanno circondato, colorare un mondo lasciatoci in bianco e nero. La canzone si chiude con un immaginario Damiano adulto che consiglia all’ascoltatore di restare sempre fedele a sè stesso e non uniformarsi alla massa.

In definitiva, come questi giovani rockers tengono a ribadire, i Måneskin portano in studio, nelle nostre case e sui loro amatissimi palchi null’altro che loro stessi: il loro stile, i loro desideri, ambizioni, pregi e difetti… tutto si concentra fra le parole messe in musica, un’arte che, in quanto tale, genera un contatto tra chi la crea e chi la riceve.

Noi tanto quanto loro non ci saremmo probabilmente aspettati di vederli conquistare il prestigioso biglietto per l’Eurovision, manifestazione durante la quale spesso i nostri artisti riscontrano gran successo, indipendentemente dalla classifica finale; si spera che, col ritorno di un rock mai veramente passato di moda ma soltanto temporaneamente assopito, questi ragazzi riescano a conquistare i cuori degli ascoltatori d’Europa, portando la musica italiana in cima anche alle classifiche straniere e, soprattutto, ci auguriamo che il grande impegno che essi dedicano alla loro passione possa sempre essere ripagato al meglio!

  • A cura di Francesca Florenzo ed Elisa Pezzolo

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