Come pensare di insegnare il sesso a scuola se i professori sudano ancora leggendo le poesie di Catullo e Saffo ai propri alunni? 
Viviamo nell’Italia del XXI secolo dove ancora le famiglie faticano ad accettare che il tema della sessualità e affettività sia trattato nelle scuole come materia ordinaria ed eliminato invece dall’annovero dei grandi tabù. Questo è ironico se rifletto sul ruolo prioritario che le istituzioni scolastiche si vantano di avere nella nostra crescita ed educazione fatta di nozioni, calcoli, formule e date ma mettendo completamente da parte i principi di cui abbiamo davvero bisogno per diventare persone realizzate, che possano apprezzarsi e interagire con il mondo che ogni giorno sembra voler  metterci alla prova. Secondo l’indagine “la scuola vista dagli adolescenti” condotta dal Laboratorio Adolescenza e Canale Scuola, l’educazione sessuale si aggiudica il secondo posto tra le materie che i giovani sentono più la necessità di conoscere e approfondire; eppure, ancora una volta, conquistiamo il primato europeo del paese che puntualmente decide di rimanere indietro, di non aggiornarsi ai bisogni delle nuove generazioni e di restare piuttosto ossessivamente ancorato a programmi  scolastici ormai scaduti. 
Quindi a questo punto non resta che chiedersi: chi è colpevole di queste continue mancanze? Le famiglie? I professori che ancora faticano a leggere in classe poesie di Catullo o Saffo? Gli studenti stessi forse?
Indiscutibilmente molti di noi stentano ancora ad affrontare certi temi a tavola con i propri genitori, assecondati dalla paura di un giudizio, di una predica o di una semplice espressione apparentemente delusa, ed è inconcepibile ricordando che la famiglia è il primo luogo deputato all’educazione dei figli e alla loro salute. Non sorprende leggere che il 78% degli adolescenti in Italia ammetta di non sentirsi a proprio agio parlando di sesso tra le mura di casa e che più della metà sostenga di non aver mai affrontato il tema della concettrazione, delle malattie sessualmente trasmissibili o semplicemente delle proprie esperienze. Tutto ciò si traduce inevitabilmente in errate o mancate conoscenze che possono poi portare a situazioni pericolose o indesiderate. Se non tutti quindi possono vantare climi familiari abbastanza sicuri per poter prendere in esame certe tematiche, si dovrebbe invece poter contare su istituzioni come la scuola, su professori che ci vedono sei ore al giorno, cinque giorni a settimana, eppure pare di essere ancora lontani anche da questo traguardo.
La pandemia ha fatto risvegliare questioni etiche dormienti da tempo o addirittura ne ha fatte sorgere di nuove che fino a qualche anno fa non si sarebbe neppure pensato di considerare, tra queste protagonista è l’affettività, in tutte le sue entusiasmanti forme. La scuola dovrebbe evolversi seguendo questo cambio di variabili inevitabile ed essere fiera di rappresentare un modello di riferimento per i propri studenti che sono stanchi di essere etichettati, guardati con imbarazzo nei corridoi per il loro abbigliamento, criticati da compagni insofferenti al bello e alle sue mille configurazioni. Vorrei questo per la mia scuola del futuro, vorrei che nella mia classe più di un paio di persone conoscessero l’esistenza di uno sportello di assistenza per gli alunni, vorrei corsi che portassero informazione e facessero crollare drasticamente le percentuali annue di minorenni incinte, vorrei che il tema del sesso diventasse accessibile a tutti e coinvolgesse ogni forma di eros, senza distinzione di genere, vorrei che fosse insegnato nelle aule perchè non si debba più parlare di tolleranza ma solo di normalità e vorrei che fossero radicalizzate e non interpretate come sinoddoche parole quali consenso e rispetto.
E voi invece, cosa sperate per la scuola del domani?

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