Uno dei termini che più si addice alla natura dell’uomo è senza dubbio “comunicazione”: mi pare inutile sottolineare la fondamentale importanza della condivisione e dello scambio di informazioni, i quali hanno permesso alla civiltà di progredire e di stabilire rapporti all’interno di essa. D’altra parte chi può comprendere la necessità e l’urgenza del confronto meglio di noi, uomini del ventunesimo secolo, immersi nella dimensione comunicativa a tal punto da affidare ad essa una parte consistente della nostra identità? Comunicare non è mai stato più semplice: in ogni momento, in ogni luogo, in ogni circostanza possiamo dare voce ai pensieri con semplicità e immediatezza.

Ma io credo – forse con eccessiva sfiducia e pessimismo, forse a buon ragione – che questa facilità, questa alta disponibilità di condivisione, più che benefici, apporti danni alla comunicazione stessa e in special modo al suo veicolo: la lingua. Essa è un organismo vivo e in quanto tale si modifica, si adatta al contesto culturale in cui è posta e si afferma tramite l’uso: perciò il linguaggio si evolve, si ammoderna, subisce aggiunte dettate dall’avanzare della società e dell’uomo. Ma cosa succede quando subisce un graduale abbassamento? Quando il piano formale e quello informale smettono di avere confini precisi? Quando la volgarità, in senso linguistico e in senso morale, prende il sopravvento in qualsiasi circostanza, anche la meno appropriata? La confusione dei toni di conversazione e di livelli di formalità può essere forse parzialmente attribuita ai nuovi tipi di comunicazione.

Parliamo come se stessimo mandando un messaggio e scriviamo come se stessimo parlando, a prescindere dalla situazione e dalla persona a cui ci rivolgiamo, e se esistono social media che si occupano di traslare sul piano virtuale la comunicazione quotidiana, talvolta ci dimentichiamo che non tutti hanno questo stesso scopo. Twitter, che formalmente si potrebbe paragonare a un luogo di dibattito pubblico, è un cestino al cui interno vengono buttate indistintamente comunicazioni relativamente ufficiali (ad esempio quelle di ambito politico) e messaggi di infinita bassezza, spesso volgari, legati a una sfera della vita molto privata, il cui obiettivo comunicativo è altamente discutibile e probabilmente ignoto all’autore stesso.

Il caos linguistico travolge anche la conversazione reale, quella a tu per tu, che non ha mai preteso di essere illuminante quando informale, ma che avrebbe dovuto perlomeno mantenere il decoro in situazioni formali come la radiofonia e la televisione, e troppo frequentemente scade in termini al limite della decenza. Ciononostante siamo invasi dalla volgarità, anzi, ci convinciamo che la parolaccia libera e sdoganata dai pregiudizi sia una conquista, un passo in avanti contro la bigotteria, mentre non è altro che una sconfitta.

La semplificazione della lingua e la sua riduzione all’osso o all’uso circoscritto di un registro medio-basso, oltre a lasciar supporre una progressiva e dilagante “ignoranza” o noncuranza rispetto alla questione, rappresenta un pericoloso limite. La libertà di parola non vale niente se non sappiamo dare forma alle nostre idee in modo consono e adeguato; le “regole” che il linguaggio normalmente impone sono i veicoli, le portatrici di questa libertà, quelle che si fanno carico della voce di ciascuno e che sono creatrici di precisa e autentica comunicazione. Porre limiti alla lingua significa inevitabilmente porre limiti al pensiero.

Se preferiamo un piano comunicativo confuso e di stampo informale, se ci troviamo bene in questo limbo dove una notizia online di una testata giornalistica accreditata non è scritta poi tanto diversamente da una fake news, se riteniamo opportuno scrivere tutto quello che ci passa per la testa pubblicamente senza aspettarci responsabilità o senza curarci di com’è scritto perché non è importante, se il modo con cui comunichiamo non ci interessa affatto, se ci piace così, insomma, siamo sulla buona strada. E “buona” non significa che sia quella giusta, né tanto meno la migliore.

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