Guardando al corso della storia umana, più che millenaria, dobbiamo riconoscere che il dibattito per l’abolizione della pena di morte si può dire appena cominciato. Infatti, per secoli, non ci siamo neppure domandati se fosse lecito, oppure no, condannare a morte un colpevole.

Oggi, oltre il 70 per cento delle nazioni ha deciso di abolire la pena capitale, o non di applicarla più.

D’altra parte, è ancora in vigore in 58 Stati del mondo. In 56 di questi si pratica tutt’oggi e, nella maggior parte dei casi, sono paesi governati da regimi dittatoriali. Nel 2019, si documentano almeno 657 esecuzioni in 20 paesi. Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq, Egitto e USA capeggiano la lista, in quest’ordine.

“Di solito il braccio della morte si chiama l’ultimo miglio. Il nostro lo chiamavano miglio verde.” Paul Edgecombe – Il miglio verde

Un’inutile tortura

Ad oggi, nessuno studio ha mai giustificato la pena di morte come strumento efficace per abbassare il tasso di criminalità. Infatti, sapendo che questa esiste, un criminale, una volta commesso un crimine di tale entità, comprende di non avere più nulla da perdere, pertanto non si farà scrupoli a compiere qualsiasi altro atto illegale. Anzi, arriverà a commetterne persino di peggiori, anche per fuggire dalla giustizia e avere salva la vita.

Immaginate come deve essere aspettare il giorno del proprio appuntamento programmato con la morte. Molti condannati raccontano di aver avuto tutti lo stesso incubo: le guardie venivano per trascinarli fuori dalla cella e loro si dibattevano in cerca di aiuto. Poi si svegliavano e si rendevano conto di essere ancora in prigione e che stavano solo sognando. Sapevano, però, che un giorno le guardie sarebbero venute a prenderli davvero e che non sarebbe stato più solo un brutto sogno. E’ questa la vera tortura. Una tortura che non si vuole ancora riconoscere come una violazione di infliggere punizioni crudeli e fuori dalla norma.

Errori irreversibili

Dal 1973, negli Stati Uniti, sono state condannate a morte oltre 8.700 persone. Al momento, negli USA, ci sono condannati in 28 Stati e i bracci della morte ne detengono 2.555. Ne sono state giustiziate più di 1.500, ma 182 di queste erano in realtà innocenti. Altrettanti sono stati gli assolti. In media, essi hanno perso quasi 12 anni della loro vita per crimini che non hanno commesso, facendo ammontare a 2.133 gli anni perduti in totale per condanne ingiuste. Un innocente condannato a morte è la persona più adatta a testimoniare quanto sia immorale e barbaro continuare ad applicare questo tipo di pena.

La tipologia degli errori che possono portare a condanne ingiuste nei casi capitali è molto vasta. La loro vita da ex detenuti del braccio della morte non è meno dura, terrificante e disorientante di quanto lo sia stato aver subito una condanna capitale sapendo di essere innocenti. Il trauma non scompare solo perché lo Stato ti libera, si scusa o ti risarcisce, cosa che peraltro non capita spesso.

Non tutti sono uguali davanti alla legge

In particolar modo gli Stati Uniti dovrebbero riflettere riguardo a queste lezioni, poiché il loro tasso di condanne a morte è tra i più alti al mondo. Qui fattori come la razza, o il basso reddito dell’imputato o della vittima, possono aumentare il rischio di incorrere in una condanna ingiusta, che può portare a un’esecuzione.

La razza è un fattore determinante: ad aprile del 2020 i neri, pur costituendo solo il 13,4 per cento della popolazione statunitense, rappresentavano più del 41 per cento dei condannati a morte

Come anelli in una catena

Il dibattito sulla pena di  morte è destinato a continuare. Una delle poche lezioni certe e costanti che possiamo trarre dalla storia è che la violenza chiama violenza, non solo di fatto ma anche, ed è ancora più grave, con tutto il seguito delle giustificazioni etiche, giuridiche, sociologiche che la precedono o la seguono. Non vi è violenza, anche la più crudele, che non proviamo a riconoscere come risposta, come unica risposta possibile, alla violenza altrui: la violenza del ribelle come risposta alla violenza dello stato, quella dello stato a quella del ribelle, in una catena senza fine.

Un pensiero su “La violenza chiama violenza: il dibattito sulla pena di morte”
  1. Bellissimo articolo Elisa! Davvero interessante.
    Incredibile come il diritto alla vita non sia un diritto assoluto dando così la possibilità agli Stati di poter decidere di limitarlo con la pena di morte.
    In Italia, nella nostra Costituzione, si guarda alla pena con un fine rieducativo proprio con l’obiettivo di far rientrare il detenuto nella società come persona rieducata in conformità della legge. Non bisogna mai perdere fiducia e speranza del cambiamento umano.
    Complimenti e ad maiora !

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