Perché se su internet cerco “poliziotta” le prime immagini che escono sono immagini di foto di donne particolarmente formose e vestite in maniera provocante con costumi “sexy” da poliziotta? Perché accade lo stesso se cerco “infermiera”? Ma soprattutto, perché succede diversamente se cerco “poliziotto” o “infermiere”? Possono sembrare piccolezze, ma sono solo una delle tante manifestazioni di quella che è un’estrema e radicata oggettificazione del corpo femminile. Il fenomeno della sessualizzazione trova la sua origine nella cultura patriarcale e sessista che ancora oggi impregna la nostra società. Nonostante, purtroppo, capiti che questo fenomeno abbia come vittime anche uomini e ragazzi, tendenzialmente ad essere più colpite sono le donne, fin dalla giovane età. Spesso, prima ancora di essere viste come delle persone, le donne vengono viste come dei corpi, o peggio ancora, come degli oggetti, che possono essere sfruttati in base alle preferenze di un uomo. Adesso, analizzando ciò con razionalità, possiamo capire quanto questo meccanismo sia umiliante per la persona che ne è succube, eppure è tutto talmente radicato in noi da causare una sorta di sessualizzazione interiorizzata, in cui è la stessa vittima ad attuare questo processo con sé stessa. Questo è nuovamente il prodotto di una società che pone come primo requisito della donna quello di essere sensuale e  attraente, e soprattutto lo fa seguendo standard di bellezza tossici, alimentando una forte pressione dal punto di vista sociale, senso disadattamento e la continua paura di non essere mai abbastanza belle. Basti pensare a quante volte nelle offerte di lavoro sia richiesta, solo alle donne, una “bella presenza”. Nel mondo della televisione siamo abituati a vedere uomini affiancati da donne, tendenzialmente giovani, magre, belle e il più delle volte vestite con abbigliamenti volutamente provocanti. Fin dall’infanzia, nell’industria dei cartoni animati, si tende molto a sessualizzare i corpi femminili, spesso accentuando caratteristiche che possono essere definite “sexy” o “sensuali”: esempi lampanti sono le Winx, Betty Boop o Jessica Rabbit, che rendono già da subito distorta quella che è l’immagine e la concezione del corpo femminile, riducendo la donna a un semplice oggetto. Questa visione trova spazio anche nell’ambito giornalistico, come nella vicenda dell’omicidio della 26enne Carol Maltesi, fatta a pezzi, congelata in un freezer e poi scaricata in una scarpata di montagna, dove è rimasta per due mesi. Anche in un contesto straziante come questo vediamo come il sessismo più estremo, che impregna la nostra società, non si fa scrupoli a ridurre il truce assassinio di una donna a quello che faceva nella vita. Basta aprire un qualunque articolo riguardo a questa tragedia per sapere che Carol da alcuni anni faceva video hard, era un’attrice amatoriale di porno; ecco, quest’informazione la otterrete subito, forse ancora prima di sapere la sua età, di sapere che era una madre o che viveva in provincia di Milano. Forse non saprete nemmeno il suo nome, perché vi sarà detto il nome con cui lei pubblicava i suoi contenuti. L’assassino è Davide Fontana, 43enne, bancario e nel tempo libero fotografo. Di lui vi diranno che cucina per passione e condivide i suoi piatti sui social, che è una persona “distinta” e “insospettabile” come assassino, che ha agito colto da un “raptus” durante un gioco erotico “finito male”; nessuno vi dirà che anche lui girava video amatoriali. Davide Fontana è un carnefice, ma sembra quasi giustificato per quello che ha fatto, sembra che  lei “se la sia cercata”, come del resto sembrano fare tutte le vittime di abusi e stupri nella nostra società. Leggendo questi articoli si ha l’impressione che lei quasi meritasse questo trattamento, meritasse di essere strappata in modo così straziante dalla sua vita, di lasciare una famiglia, un figlio, le persone che la amavano, sembra che la sua esistenza abbia avuto meno valore di quella di chiunque altro, perché donna e soprattutto perché “pornostar”. Forse è arrivato il momento di farsi qualche domanda, di rendersi conto che questa società basata sul victim blaming delle donne è molto lontana dalla parità, che forse non va detto ad una ragazza di vestirsi in un certo modo per evitare di essere abusata, forse non le va insegnato di non mandare per nessun motivo foto intime ad una persona di cui si fida, perché la causa di uno stupro, del revenge porn o qualunque tipo di abuso non è mai la vittima.

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