Cresciamo nel pieno dell’era digitale: qualsiasi attività prevede l’uso più o meno prolungato dello smartphone.
Ormai non soltanto la comunicazione viene monopolizzata dai social media, ma anche ogni genere di informazione e forma di conoscenza.
Il giornale, il dizionario, qualsiasi genere narrativo o enciclopedico viene sostituito da un solo strumento digitale a portata di mano in ogni momento. Il fattore di rischio maggiore, oltre alla staticità mentale che deriva da questa conoscenza immediata e spesso poco approfondita, consiste nell’eliminazione delle dinamiche sociali in favore della comunicazione via social. I ragazzi vivono ormai dentro ad uno schermo, crescono e soprattutto si costruiscono una personalità all’interno di una piattaforma che ne modella i caratteri essenziali.
Non sono più in grado di esprimere le particolarità del proprio carattere se non tramite le apparenze che vengono mostrate sul proprio profilo digitale. Si svuotano così di ogni genere di creatività, anzi, sviluppano una creatività che non può essere espressa al di fuori dello schermo. Una creatività effimera, falsata, condizionata da un mondo fuori dalla realtà. Queste personalità come possono essere reali? Sono soltanto il prodotto di un’omologazione? Il dualismo tra identità digitale e reale non è più trascurabile, ormai ognuno di noi si esprime in due modi differenti, assume dei tratti differenti a seconda dello strumento che sta utilizzando per mostrarsi agli altri: ma siamo sicuri che sia necessario uno strumento per rappresentare la propria indole? Il problema non è di certo provocato dalla coincidenza delle due sfere, sempre nel caso in cui un piano non prevalga sull’altro. Ci si augura che l’individuo riesca a plasmare la propria identità digitale solo dopo essersi studiato e aver formato una propria personalità; e non viceversa, cercando di formare la propria persona dopo aver allestito il profilo social, basandosi quindi sulle apparenze che questo mostra. Il problema nasce quando l’identità digitale prevale sull’altra diventandone il modello, una sorta di trampolino di lancio da cui partire per rivelare la propria essenza. Stiamo parlando di un fenomeno triste ma reale, spesso involontario e non individuato dalle persone vicine, perché si tratta dello sviluppo di una personalità. Molto spesso gli adulti sottovalutano questa parte della maturazione. Maturare non significa soltanto essere in grado di gestirsi da soli ed essere responsabili, ma anche sviluppare un’ intelligenza emotiva, un carattere essenziale che sia vero e proprio della persona che sta crescendo. Significa imparare a conoscersi, ad ambire ad un modello che ci rappresenti e che non sia un modello plasmato dai criteri sociali. Questa invdenenza dell’identità digitale dimostra la vittoria dell’apparenza sulla sostanza, della forma sul contenuto. Stiamo assistendo ad un graduale processo di snaturalizzazione della persona, di mancanza di ricerca personale e di introspezione.
Possiamo anche continuare a rappresentare il processo tecnologico come un fenomeno del progresso della nostra civiltà, come un’evoluzione esclusivamente positiva che migliorerà le nostre condizioni di vita. Tuttavia questo sviluppo potrebbe portare di conseguenza ad una perdita di un tratto umano di cui non dobbiamo privarci.
Possiamo vivere su un’astronave ed avere tutti i confort immaginabili, ma saremo sicuri di vivere davvero? Finendo per lasciare da parte i nostri tratti distintivi e dimenticandoli, ci omologhiamo ad una sovrabbondante massa anonima. Senza la nostra unicità, del tutto personale ed intima, viene meno quel briciolo di importanza che può assumere la nostra creatività in un mondo in cui siamo tutti delle formiche.

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