L’Abisso

Cercherò di scrivere qui tutto ciò che posso per quanto riguarda il mio Abisso. Non so se sono in grado, ma non voglio più lasciarlo arrivare a togliermi tutto senza poterci fare nulla.

Postilla aggiunta in medias res: scrivere dell’Abisso mi richiede davvero tanta fatica. Non so bene il perché, ma è estremamente difficile scriverne, quasi quanto parlarne. Anche in questo caso, l’Abisso sta facendo il suo solito lavoro di rimanere oscuro impedendomi di parlarne. Ma ci proverò lo stesso, ignorando il desiderio di cancellare tutto. Per chiarezza e contesto, dividerò le varie aggiunte fatte in giorni diversi con dei trattini. Non è qualcosa che posso descrivere interamente in una volta sola; intendo invece esporlo sotto forma di diario, con il passare del tempo e l’eventuale suo manifestarsi durante la mia vita. 

 

-Scrivo ora, che ne sono appena uscito.

Si tratta di poche ore ma è già un ricordo sbiadito: oggi come tutte le altre volte, fatico a trovare una causa a questo male.

So solo che accade, e che è la mia tortura (Catullo)

Non ricordo quante volte mi è già successo, ma per ora dovremmo essere intorno alle cinque o sei. Tra una e l’altra, passano mesi.

La prima volta è stata la peggiore, forse anche perché non ero pronto come lo sono ormai ora. Era accaduto intorno al 16 settembre 2020.

Quasi sempre c’è uno specifico evento a scatenare l’Abisso, ma tale evento non è mai rilevante, è solo un riferimento che il mio corpo decide di prendere come inizio di tutto.

Di fatto, la causa rimane un mistero, ma credo proprio di sapere di che si tratta: per come va e viene e sfrutta occasioni stupide per tornare a galla, credo che sia qualcosa di profondamente insito dentro di me.

Credo sia la conseguenza di un sentimento costante, che riesco a domare ogni volta solo per doverlo rifare più avanti. Dovrebbe essere legato al pensiero di non riuscire ad andare avanti. La vita si fa più pesante, lo spazio troppo grande o troppo piccolo, e il tempo troppo veloce. Questo era il mio pensiero la primissima volta che mi successe:

“io non posso più farcela a vivere, qui la mia corsa finisce e rimarrò indietro.”

La cosa più importante e peggiore dell’Abisso, è che non posso parlarne davvero quando ci sono dentro, e quando è passato svanisce il ricordo: non poterlo visualizzare mi impedisce di combatterlo e di chiedere aiuto.

Non poter chiedere aiuto è terrificante.

L’Abisso mi mette davvero in uno spazio infinitamente nero: non posso fare niente, non voglio fare niente e anche quando ci provo inciampo; quindi, non ho altra scelta se non stare fermo a tentare di piangere.

Non posso piangere, e questo appesantisce ogni cosa.

Non ricordo bene le altre volte, ma quest’ultima (28/01/2021) mi ha fatto anche avere problemi fisici. Potrebbe tuttavia anche darsi che tali problemi fossero slegati, e fossero quindi una causa piuttosto che un effetto.

 

-Parlandone con un’amica, ho ricordato un particolare, ovvero che ho un’idea di quel sentimento “profondamente insito dentro di me”.

Ho scoperto tante cose sul mondo. Ho scoperto quanto sia terrificante, malvagio, cattivo. E quanto ambiguo, indefinito, relativo, incerto. Quanto siamo schiavi, ignoranti, piccoli.

In realtà a tormentarmi è stata solo la prima realizzazione. Il bene che avevo sperato non esiste, la violenza è alla base.

Violence breeds violence, but in the end it has to be this way (MGR:R, It has to be this way)

Ho però poi anche capito che va bene così, anche e soprattutto per la seconda realizzazione: è tutto relativo, non esiste bene o male, vivere è bellissimo e io adoro farlo.

Che l’Abisso sia una parte di me che non crede a quest’ultima conclusione? Che ricorda quanto sia tutto malvagio e noi schiavi di noi stessi, e non sappia affrontarlo? Eppure è così facile, io stesso ho superato questi pensieri arrivando alla conclusione che la vita è perfetta così. Quindi non saprei.

“Sembra quasi che una parte di te pensi una cosa e l’altra il contrario” mi ha detto l’amica.

 

– Non posso escludere la possibilità che, come in tante storie di horror cosmico, forse aprire troppo gli occhi mi stia portando ad averne più danno che altro.

Ne ho peraltro (lo ricordo ora) parlato con un amico, non molto tempo fa. Di come all’uomo serva un limite, serva il credere in una bugia per vivere bene.

Perché la pura verità, anche solo non esistendo, è dannosa.

E in realtà una cosa simile avevo io stesso pensato, quando ho voluto pensare a una sorta di teoria della Distensio Animae (Aurelio Agostino) ampliata però alla realtà nella sua totalità, piuttosto che limitata al concetto del tempo.

Molto in breve, il punto era che, dato per buono che tutto il mondo, essendo tutto relativo (e quindi “estensione della nostra anima”), può essere considerato arte di noi, è necessario (e d’altronde inevitabile) limitare quanto noi conosciamo di esso e di noi stessi, dal momento che conoscere troppi aspetti conflittuali della nostra persona, e del mondo, ci porterebbe senza dubbio a impazzire.

Perciò noi dimentichiamo cose vecchie e ne conosciamo di nuove, perdiamo parti di noi e ne scopriamo altre.

Insieme alle realizzazioni precedentemente citate, ho anche iniziato ad avere un obbiettivo in mente.

Io non volevo vivere schiavo di me stesso, non potevo e non posso sopportare di seguire sentieri già battuti da secoli per condurre la mia potenzialmente unica vita.

Devo esplorare tutto nel modo più approfondito possibile, essere libero e aprire gli occhi, senza “bugie necessarie”.

Possibile che questo mi stia uccidendo?

 

-Continuo a faticare a ricordare. Si tratta di cose che ho vissuto ormai tantissime volte, eppure sono appena dovuto stare a pensare e pensare per ricordare un sintomo tanto importante quanto semplice.

Perfettamente in linea con il nome che ho dato alla mia malattia: l’Abisso getta un’ombra su ogni cosa intorno a me, creando una spirale di negatività infinita.

Ciò che intendo è che, partendo dal già citato “evento scatenante” del tutto privo di valore di per sé, ogni situazione si tinge di nero, qualsiasi cosa accada mi sembra essere una sciagura e così facendo, la mia negatività fa in modo da far andare poi seriamente male le cose, il che a sua volta aumenta la mia negatività.

Il nome di Abisso era nato dal fatto che il periodo della prima apparizione della malattia è per ora decisamente stato il periodo più buio e basso della mia vita, ma alla luce (che ringrazio di poter ora vedere) di ciò che ho poc’anzi riportato, forse dovrei aggiustare un poco il tiro e visualizzare questo Abisso non solo come un fondale, ma anche e soprattutto come il ripidissimo scivolo che mi ci porta.

 

-Parlandone, mi è venuto in mente qualcosa che non ha strettamente a che fare con la mia malattia, ma che sento di voler scrivere qui. Il mio è un Abisso, che rallenta e ferma ogni cosa, muta ogni suono e in generale blocca la vita.

Ma ci sono persone che hanno momenti assolutamente opposti, momenti che non sarebbe vero dire che non ho conosciuto anche io: attacchi di panico, dinamici, violenti.

Quanto è diverso l’Abisso da quella manifestazione di disagio? È una forma diversa dello stesso male, o totalmente un’altra cosa? Potrebbe forse essere un attacco di panico a cui manca l’energia per essere dinamico, e risulta quindi in una completa rottura del mio corpo?

Io sento il mio Abisso come un’onda che cala a picco verso il basso, e immagino questi attacchi di panico più canonici come un’impennata verso l’alto, laddove il centro rappresenta la normale condizione di salute e stabilità.

Forse avere a che fare con il diametralmente opposto può aiutarmi a capire qualcosa in più di me stesso e del mio problema.

La persona che oggi mi ha mostrato un attacco di panico e ispirato a scrivere questo, mi ha infine detto di voler solo dormire per giorni e giorni, come in letargo. Questo è un sentimento che conosco fin troppo bene, e che è centrale nell’Abisso, che d’altronde si presta molto bene a questa idea di sonno eterno, essendo un progressivo diminuire delle mie facoltà di movimento e pensiero, quasi un rallentamento delle mie funzioni vitali (a livello fortunatamente più che altro emotivo e psicologico).

La conclusione più logica che mi viene in mente è che l’Abisso sia lo step successivo all’attacco di panico: privo di energie per averne uno serio, attraverso cui sfogare il mio disagio, passo direttamente allo stato catatonico e impotente, preludio del tanto agognato Sonno eterno, lunghissimo letargo, da cui fortunatamente chi ha un normale attacco di panico si distanzia piuttosto facilmente, pieno com’è di vivacità (nonostante questa sia indirizzata verso pensieri e azioni terribili).

Come un batterio contro cui il mio organismo non riesce nemmeno a far alzare una semplice febbre, dolorosa ma utile a debellarlo; resta invece il buio e silenzioso gelo, in cui il batterio banchetta con la mia sicurezza e voglia di esistere.

 

-Mi sono accorto di qualcosa che potrebbe non essere reale.

Spero davvero non lo sia.

Ho paura che ogni volta che finisco nell’Abisso e ne esco, me ne porti dietro un pezzo. Che resta dentro di me. Ho paura che i “momenti” nell’Abisso diventeranno una condizione di normalità, anche se attenuata.

Devo però anche ammettere che forse la cosa mi attira: una stabilità, per quanto dovuta a una corruzione parziale della vita, potrebbe essere ciò di cui ho bisogno.

-Forse l’Abisso sono io. Forse è un’oscurità che appartiene a me ed è dentro di me da sempre. L’ho sempre visto come un luogo in cui periodicamente ricado.

Forse è che periodicamente ritrovo me stesso, e me stesso mi divora.

 

-Le aggiunte a questo diario si fanno sempre più brevi e sporadiche. Forse anche meno comprensibili e forse tutti questi “forse” evidenziano una confusione che mentirei se dicessi che non c’è.

Sono finito di nuovo nell’Abisso, ma in una forma molto leggera. Nel giro di un’oretta mi ha agguantato e lasciato libero, probabilmente perché ero insieme alla persona che amo.

L’Abisso mi circonda quando sono più stanco o mi stanco ad essere circondato da lui? Non lo so, ma l’Abisso e la stanchezza sono strettamente legate.

L’Abisso stesso è una sorta di stanchezza all’ennesima potenza, fisica mentale ed emotiva, debilitante.

 

-Scrivo ora, che forse sto tornando nell’Abisso.

Ho appena finito di scrivere un altro documento in cui ho messo tanto del mio dolore. Non ce la faccio più. Un momento Abisso? O finalmente qualcosa che non finirà? Non lo so mai. Ogni volta che mi sento così non so come andrà a finire. Non potrà finire sempre bene.

Fino a poco fa ero tanto felice. Ora non lo sono più.

Non ne posso più di grattarmi le unghie. Scrivo convinto che qualcuno leggerà le mie parole e verrà a salvarmi, fosse egli anche me stesso. Non succede.

Stavo così bene abbracciato a lei. Ora lei non c’è e non è questo il motivo del mio malessere. Spero stia dormendo.

Non ce la faccio più a grattarmi le unghie. Devo andare a scrivere.

 

-Era tanto che non aprivo questo documento e avrei preferito di gran lunga non doverlo fare. Non sono nell’Abisso, anche se ci sono andato vicino: questa volta l’ho evitato per tempo. Ma purtroppo qualcosa a dannarmi non manca mai. Il primo momento in cui sono libero di fare ciò che voglio, mi ritrovo avviluppato dai viticci.

Almeno questa volta me li sono lavati via prima che mi bloccassero del tutto.

Noto ora che questo documento, originariamente destinato solo a contenere ciò che riguarda l’Abisso, contiene in realtà tanti miei momenti di angoscia.

Ormai attribuisco tutto il mio malessere a questa figura scura e inquietante?

L’ultima volta che ho scritto in questo documento ero in una condizione poco simpatica, e sono abbastanza sicuro che potrei eliminare quel “forse” dalla frase con cui avevo iniziato il discorso, se di discorso si può parlare.

Non voglio trasformare questo testo in un calderone di brutte sensazioni; quindi, andrò a scrivere altrove ciò che mi assilla al momento.

 

 

-Questa sarà probabilmente l’ultima volta che scrivo qui.

Non che l’Abisso abbia magnanimamente deciso di sparire nel nulla e lasciarmi vivere, per carità: è tornato ben poco tempo fa. Il problema è che ormai fatico molto a distinguere questo dai miei altri problemi e come ho già detto, non intendo far diventare questo diario un insieme di lamentele sparse. Vorrei restasse legato all’Abisso nello specifico, altrimenti temo che tutto il mio lavoro sarebbe nullificato. Non voglio né posso negare che altri miei problemi siano comunque legati all’Abisso, ma non posso fare questa confusione o rischio di causare più danni di quanti non me ne procuri di suo questa sorta di maledizione.

La sua ultimissima comparsa (09/05/2022) è stata “dovuta” a un comportamento tenuto dal sottoscritto, comportamento che mi ha disgustato. Credo sia stata la prima volta.

Nel bene o nel male, col tempo ho imparato a combattere un tale mostro, almeno un pochino. Ma non voglio che questo documento, nato anche per poter descrivere agli altri una tanto elusiva bestia, finisca per restare solo un testo sul mio computer.

Voglio che quanta più gente possibile sappia che esiste, che mi tiene stretto.

E soprattutto, che dentro di me c’è tanto buio.

Di Reuel Besaggi

18/12/2004 M :)

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