“Pubblicità pessima, insulto alle donne!”, “Ma non ci sono solo le donne a guardare la tv!”, “Spot volgare e imbarazzante!”, “Come donna mi sento offesa e umiliata”.

Questi e molti altri sono stati i commenti allo spot pubblicitario “Viva la Vulva” della ditta di assorbenti Nuvenia, nonostante non vengano mai mostrate immagini esplicite dell’intimità femminile, ma semplicemente oggetti che alludono a essa; vediamo ad esempio una conchiglia, una pesca, dei portamonete, o un biscotto della  fortuna, ma nulla di volgare o offensivo.  Questo spot ha essenzialmente lo scopo di sensibilizzare la popolazione, sia maschile che femminile, a sentire come normali le mestruazioni, ovvero un evento naturale e ricorrente che caratterizza la vita della donna, abbattendo tabù presenti nella nostra società ormai da troppo tempo, che spesso portano le donne a provare disagio e imbarazzo.

Proprio perché è un fenomeno naturale e fisiologico non deve scandalizzarci, né tantomeno spaventarci. Al giorno d’oggi sono ancora troppe le donne, soprattutto di giovane età, che si imbarazzano o hanno paura di parlare di ciclo mestruale. A quante di noi sarà capitato di aver bisogno di chiedere un assorbente ad una compagna e averlo fatto bisbigliando, per non farsi sentire dagli altri, per non sentirsi a disagio passandosi la bustina colorata da sotto il banco? Molto spesso, inoltre, si usano nomignoli: sentiamo dire “ha le sue cose”, “è in quel periodo”, “ è indisposta”, “è diventata una signorina”, ma mai nessuno che le chiami con i loro nome senza vergogna.

Un’altra cosa che a quanto pare scandalizza ancora tanto è il sangue, il colore rosso; infatti vediamo utilizzare molto spesso nelle pubblicità un liquido di colore blu o verde: questo sicuramente non facilita un processo di normalizzazione, ma fa passare il ciclo come una cosa da camuffare, da “travestire”.                                                                                                                                                 

In molti paesi avere le mestruazioni equivale a doversi nascondere, ad essere cacciate dalle proprie case. In Nepal, fino a pochi anni fa, era previsto che le ragazze durante il ciclo mestruale fossero chiuse per giorni in capanne, lontane dagli uomini della famiglia. In alcune zone dell’India a molte delle donne che lavorano nelle piantagioni viene rimosso l’utero per evitare dolori che potrebbero ostacolare il loro lavoro. Nonostante nei paesi più occidentali non avvengano pratiche del genere, si tende ugualmente a considerare il ciclo come un fantasma, fingendo che non esista, e anche per questo gli assorbenti vengono considerati un bene di lusso, con un’ IVA del 22% a differenza ad esempio dei pannoloni per adulti che hanno un’IVA del 4%.

Tutti questi fattori fanno sì che molte volte le donne, soprattutto le più giovani, abbiano problemi nel rapportarsi con il proprio corpo e con il ciclo stesso. A questo proposito, nel 2019, sempre Nuvenia ha lanciato la campagna  #bloodnormal, con lo scopo di superare lo stigma sociale legato alle mestruazioni, mostrandole in tutta la loro normalità senza alcun filtro, senza alcun colore falso, senza finzione,  senza il bisogno di “mascherarle”.                                                                     

Ovviamente anche questo spot ha ricevuto molte critiche sui social: “Ritengo che il ciclo non sia un argomento di cui parlare esplicitamente in pubblico”, “Non credo che ci sia il bisogno di abbattere nessun tabù”, “Veramente di cattivo gusto, che schifo!”. Questi sono alcuni dei commenti che questa pubblicità ha ricevuto; nonostante sia, ovviamente, uno spot che si schiera dalla parte delle donne rivendicando la libertà di parlare del ciclo e di tutto ciò ad esso collegato senza vergogna, molte critiche arrivano proprio da queste, che a quanto pare si ritengono umiliate e insultate da questa rappresentazione realistica, che cerca di eliminare quel marchio negativo da sempre legato alle mestruazioni.

Grazie a queste reazioni è risultata ancora più evidente la presenza di una mentalità molto chiusa da questo punto di vista: finchè saranno ritenuti “normali” questi commenti anziché il contenuto dello spot, finché ci saranno ragazze imbarazzate a chiedere un assorbente in pubblico, finché ci si scandalizzerà per del liquido che richiama il colore del sangue, allora questo tabù non si potrà definire abbattuto.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

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